Humandroid, la recensione
Non più arrabiato e sovversivo ma più ruffiano e tenerone Neill Blomkamp in Humandroid si piega su quieti standard hollywoodiani ma trova un vero finale
Humadroid è fantascienza che predilige nettamente il fantastico allo scientifico, una che rifiuta ogni possibile base tecnica e plausibile per spalleggiarsi con il favolistico. Nel 2016 immaginato da Blomkamp la polizia sudafricana si appoggia ad un corpo di robot programmati per servire e proteggere e non per essere intelligenti. Sono macchine da guerra settate sulle regole d'ingaggio della polizia e così funzionano alla grande, come supporto e aiuto per agenti umani. Il suo creatore però vuole di più e sperimenta su un robot danneggiato una modifica alla loro coscienza dando vita ad una vera intelligenza artificiale. Il suo robot è tale quale ad un bambino, non solo non ha nozioni e deve imparare ogni cosa ma condivide con gli umani la sensibilità infantile, le paure e le suggestioni. Finito subito nelle mani sbagliate riceverà un'educazione mista tra affetto e violenza.
Nel finale tuttavia accade (finalmente!) qualcosa di inusuale. In un ribaltamento che ricorda moltissimo la parte migliore di District 9 emerge il cuore di un film che ci ha messo quasi tutta la sua durata per scrollarsi di dosso il desiderio di andare incontro ai gusti del pubblico ad ogni costo.
Benchè con il suo corpo di metallo e testa di bambino il robot Chappie somigli a molti altri androidi dal cuore tenero, nel finale Humandroid ha il coraggio di sfruttare il genere cui appartiene e gli assunti di base della propria storia per dire qualcosa di più onesto con le immagini. Sappiamo bene che nella fantascienza robotica degli ultimi anni gli uomini non sono più il futuro dell'umanità, da Wall-E in poi ogni qualvolta lo spirito umano si scontra con la materia tecnologica l'esito è che la seconda emerge come l'unica parte davvero in grado di portare avanti il concetto di "umanità".