I Segreti di Wind River, la recensione
Ultima forma possibile di western contemporaneo, I segreti di Wind River è una storia che ogni personaggio vive con un genere diverso
I Segreti di Wind River è ormai il terzo film e la terza conferma della capacità di sceneggiatore di questo texano per il quale fare cinema equivale a raccontare le tante maniere in cui oggi il mito della vita sulla frontiera è ancora vivo, occorre solo trovare i posti giusti.
Film con titoli che richiamano i luoghi in cui sono ambientati e nei quali gli uomini sono pupazzi utili a poter inquadrare il mondo in cui si muovono, pretesti per spiegare che se sposti gli esseri umani dalla città alla montagna selvaggia tornano ad essere bestie, e se vivi tra le bestie occorre una morale di ferro. La parte migliore di questo fantastico western moderno infatti si materializza ogni qualvolta i personaggi devono venire a patti con la dura legge del posto. Forse anche per questo un flashback che arriva a tre quarti del film per svelare quel si poteva immaginare sarebbe stato raccontato solo alla fine è uno dei momenti migliori.
Sheridan sa scrivere così bene questi personaggi, e alla fine anche questi luoghi che evidentemente conosce ed ama anche nei loro anfratti più neri, che ha la capacità non comune di sottrarre sofferenza, dolore, epica e senso di vittoria da qualsiasi azione. Il confronto tra un minatore e i colleghi invidiosi della sua donna è un attimo di rara perfezione nell’escalation di violenza, nella sua inevitabile ineluttabilità fin dal principio. Senza nessun apparente coinvolgimento Sheridan mette in scena una violenza ordinaria che non è annunciata da rivalità o tensioni, ma nasce da piccole azioni e omissioni, che pare non essere voluta da nessuno ma arriverà comunque.