Il Campione, la recensione
Preciso e molto inquadrato, Il Campione prende una storia semplice, all'americana, e ne fa un film che non perde mai di credibilità
Quella che rimane una storia molto semplice e dallo svolgimento canonico con un’impalcatura così solida diventa plausibile, concreta, efficace.
La piccola rivoluzione di Il Campione è quella di essere un film con aspirazioni di scrittura moderate e tutte totalmente raggiunte, ma con obiettivi di messa in scena e produttivi altissimi, anch’essi raggiunti da Groenlandia (la società di Matteo Rovere e Sydney Sibilia). È cinema di livello medio all’americana (gran lavoro di produzione, scrittura convenzionale, interpretazioni cruciali) in cui la macchina è importantissima, più dei singoli. Solo uno sforzo di gruppo ben coordinato poteva infatti dar vita ad un film così solido che eleva la sua semplicità a universalità e consente alla sceneggiatura di Giulia Steigerwalt (ancora una volta precisa, asciutta, molto divertente e consapevole di cosa serva per arrivare all’obiettivo) di sposarsi perfettamente con il lavoro di Leonardo D’Agostini sulla regia.
Non tutto è impeccabile nel film, sia chiaro, ma dopo una prima scena (al centro commerciale) in cui l’azione proprio non funziona, il resto di Il Campione fa di tutto per rimontare con sempre maggiore convinzione, schiacciando i piccoli problemi con una grandissima fluidità.
Rimane solo un po’ di amaro in bocca per una parte con i vecchi amici del quartiere che ancorano il campione al basso e ne fomentano il lato ingestibile, una che pare uscita da Spike Lee assieme alla sua inquadratura-firma (il protagonista sul carrello assieme alla videocamera guarda nell’obiettivo mentre il resto si muove intorno a lui). Gli amici sono parte del problema, sono la vecchia identità che il campione deve lasciarsi alle spalle, non sono formati come era lui, non hanno responsabilità come lui ha ora, non hanno niente da perdere e tutto da scroccare. Eppure sono anche la sua identità più intima.
Questo è molto poco esplorato anche se porta all’esito più “nuovo” per il panorama italiano. La storia di Il Campione infatti non è quella di qualcuno che si ricongiunge con il proprio territorio ma di una persona che trova la forza di staccarsene (controvoglia) e trovare una nuova identità, come accade nel mondo dello sport moderno, altrove.