Il Dilemma - la recensione
Il Dilemma non è niente se non una collezione di gag di cui solo alcune davvero convincenti, commedia opera di uno dei registi più sopravvalutati degli ultimi anni...
Tutto il cinema di Ron Howard si basa sui dilemmi. E' uno di quegli elementi che contribuiscono ad alimentare la sua fama di "regista classico" e contemporaneamente uno dei molti espedienti con i quali il regista di alcuni tra i film più sopravvalutati degli ultimi anni maschera la pochezza delle proprie idee.
Probabilmente è andato così il pitch di Il Dilemma, il ritorno alla commedia dopo più di dieci anni per un regista che, rispetto a prima, è ora considerato uno degli autori di Hollywood (e ha anche diversi Oscar a supportare la tesi). Tutto si basa sull'idea che il protagonista debba decidere se raccontare o meno al suo migliore amico di aver visto la di lui moglie baciarsi con un orrido tatuato. La cosa getterebbe l'amico nello sconforto proprio quando i due stanno lavorando ad un importantissimo progetto che potrebbe cambiare (economicamente) le loro vite. La reticenza a svelare il segreto causerà la girandola di gag che caratterizzano il film come commedia e soprattutto svelerà un universo di menzogne che si reggeva in perfetto equilibrio.
Nulla di nuovo. Il segreto del film sta tutto nella scelta di due collaboratori che da tempo hanno intrapreso un percorso di analisi della crisi di coppia.
Dall'altra c'è Allan Loeb, sceneggiatore di Due cuori e una provetta e Mia moglie per finta, responsabile di una sceneggiatura che, pur negando i ruoli classici dei comprimari accanto al protagonista, riesce a cesellare dei piccoli ruoli azzeccati e divertenti, tra i quali spicca l'amante tatuatissimo e sentimentalmente instabile di Channing Tatum.
Il problema di Il Dilemma però è come Ron Howard metta insieme tutto questo in un film che pretende di volare più alto della media delle commedie, mentre non riesce nemmeno ad arrivare alla sufficienza. La sua pretesa continua di mettere in mostra se stesso attraverso una regia dalla mano pesante (punti di vista inusuali, stacchi fulminei ed inutili su ricordi e racconti immaginari desaturati, grandi scene di massa...) si scontra con l'esigenza che lo script avrebbe di una regia invisibile e funzionale alla storia.