Il gioco del destino e della fantasia, la recensione
Se c'è una cosa che Il gioco del destino e della fantasia dimostra è che anche storie solo accennate possono smuovere qualcosa negli spettatori
C’è un’ambizione molto strana dietro Il gioco del destino e della fantasia, quella di accennare storie, di mettere in scena dei soggetti e trasformarli in sceneggiature rinunciando alle conclusioni o agli archi consueti. Gli episodi slegati da cui è composto il film sono una serie spunti poco convenzionali blandamente svolti eppure, lo stesso, molto approfonditi. Sfrondando queste storie di quasi tutto rimane solo la loro essenza, il nodo sorprendente che scatena reazioni impreviste, su cui Hamaguchi si concentra.
Curiosamente è lo stesso meccanismo delle storie di Pulp Fiction: partire in una maniera e tramite eventi sorprendenti finire in tutt’altra, senza che i personaggi debbano per forza maturare qualcosa o senza che ci sia un finale propriamente detto.
I veri protagonisti di queste storie sono infatti sentimenti e non le persone che li possiedono. C’è la vendetta di uno studente su un professore attraverso l’azione di una sua amica che prende una piega intima e tenera, ci sono due amiche di vecchia data che si incontrano confessandosi cosa è successo fino ad uno strano colpo di scena che mette tutto in questione, e c’è una ragazza che nel sentire l’amica raccontare della sua nuova fiamma riconosce che sta parlando del suo amante. Cosa accade a questi sentimenti che pensiamo di conoscere quando una coincidenza ribalta tutto?
Le emozioni che emergono alla fine non sono inedite, prendono percorsi strani e diventano qualcosa di originale eppure riconoscibile. Cosa può provare una ragazza nello scoprire una vulnerabilità contagiosa di un uomo potente che ha cercato di incastrare?
Paradossi e piccole trame abbozzate riescono comunque a creare affezione e immedesimazione. Privato di tanti elementi altrove cruciali questo film di corti (il più breve dura qualche minuto, su un bus, ed è bellissimo) è lo stesso avvincente. Lo stesso risveglia fantasmi di esperienze passate dentro gli spettatori portandoli dentro una trama accennata.
Spesso si dice che ciò che viene raccontato importa poco, l’importante è come viene raccontato, e lo si dice per svilire la crucialità dell’intreccio ed esaltare quella dello svolgimento. In questo film accade l’esatto opposto, intrecci molto forti non sono mai sviluppati davvero ma solo annacquati, annacquati magnificamente s’intenda, e lo stesso creano quella strana forma di avvincente attrazione del cinema.
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