Il libro della vita, la recensione
Vitale proprio perchè parla di morte, Il libro della vita è visivamente incredibile ma non è dotato di una scrittura in grado di sorreggere tante ambizioni
L'impressione che se ne ha a prima vista è confermata lungo tutto lo svolgersi del film anche nei dettagli, l'impatto delle panoramiche non è diverso nelle composizioni delle inquadrature più ravvicinate, negli stacchi di montaggio da Bill Plympton (ma con una cura visiva da illustratore) e nei movimenti dei personaggi. Insomma è un film dalla fattura mostruosa, dotato delle caratteristiche del kolossal, ovvero quel connubio di ambizioni smisurate e cura minuziosa di una lunga quantità di dettagli. Eppure crolla là dove non dovrebbe: nella storia.
Mentre Joaquin più spavaldo e quindi scialbo si rivelerà troppo interessato alle apparenze, Manolo viaggerà attraverso la magnificenza del regno dei morti messicano per salvare Maria.
Una trama non semplice narrata con una certa difficoltà, soprattutto contaminata da diversi elementi di attrattiva che non sono gestiti come meriterebbero. Espedienti tipicamente disneiani come gli aiutanti comici, i parenti assurdi e le molte declinazioni di nemici e comparse sono privi della verve che il film stesso sembra desiderare attribuirgli e anche le prove che il protagonista dovrà superare non hanno le caratteristiche di ardore che dovrebbero. Tutto sacrificato su dinamiche molto retroguardiste di cavalieri senza macchia e donzelle che cercano l'amore, specie in anni di Frozen e Rapunzel.