Il mago del Cremlino, la recensione: dalla Russia con orrore
Il mago del Cremlino ripercorre la storia della Russia post-Guerra Fredda dalla prospettiva di un consigliere politico destinato a diventare l’eminenza grigia di Vladimir Putin.
Mosca, 2019. Mentre è impegnato nelle sue ricerche su Yevgenij Zamyatin, scrittore russo di inizio Novecento e pioniere del genere distopico, lo studioso americano Rowland (Jeffrey Wright) entra in contatto con Vadim Baranov (Paul Dano), figura di primo piano del regime putiniano, che lo invita nella propria dacia per una schietta e dettagliata conversazione sulla sua ascesa ai vertici della politica e sul suo ruolo nella svolta autoritaria della Russia del nuovo millennio. È questa lunga ‘confessione’ di Baranov a costituire la cornice de Il mago del Cremlino, trasposizione dell’omonimo romanzo d’esordio dell’italo-svizzero Giuliano da Empoli da parte di uno dei grandi nomi del cinema francese contemporaneo, Olivier Assayas.
L’ascesa di Vadim Baranov raccontata da Olivier Assayas ed Emmanuel Carrère
Ad affiancare Olivier Assayas nell’adattamento del libro di Giuliano da Empoli, destreggiandosi nella sua estrema densità di temi, eventi e complessi scenari geopolitici, è uno dei giganti della letteratura europea, Emmanuel Carrère: un autore che alla storia della Russia dopo la fine della Guerra Fredda aveva dedicato nel 2011 il celeberrimo Limonov, superbo esempio di romanzo biografico (e anche nel film di Assayas, alla figura di Eduard Limonov è riservata una rapida apparizione). Un contributo, quello di Carrère, che probabilmente ha contribuito non poco alla dimensione ‘letteraria’ della pellicola, lontanissima dall’approccio ben più libero adottato da Assayas per le sue opere più personali e apprezzate, da Ore d’estate a Sils Maria a Personal Shopper.
La vorticosa analessi di Vadim Baranov parte negli anni Novanta, all’alba di un mondo dopo la Guerra Fredda, in cui l’Unione Sovietica è scomparsa dalle mappe geografiche. Chiusa l’età della Perestrojka, la Russia post-sovietica si tuffa in una stagione in cui l’inedito clima di libertà ha dischiuso un vasto orizzonte di speranze per il futuro; ed è in questo clima che Baranov, frequentando gli ambienti del teatro d’avanguardia, si lascia irretire dalla fascinosa Ksenia di Alicia Vikander, salvo poi rassegnarsi a vedersela sfilare sotto gli occhi dal giovane e avventato milionario Dmitri Sidorov, interpretato da Tom Sturridge (sia Sturridge che la Vikander tornano a farsi dirigere da Assayas dopo la serie TV Irma Veep, a cui avevano preso parte nel 2022).
La Russia dello Zar Putin e i nuovi autoritarismi della nostra epoca
Affidato al ritratto composto e mimetico del divo britannico Jude Law, che dissolve il suo carisma dietro una maschera di granitica freddezza, Putin entra in scena dopo quaranta minuti, diventando l’inesorabile centro di gravità del racconto. Accanto a lui, lo Zar, Vadim Baranov è un’eminenza grigia dall’apparenza ordinaria, quasi insignificante, ma a cui un Paul Dano costantemente sotto le righe conferisce un’intelligenza sottile e mefistofelica. È questo machiavellico braccio destro ad illustrare nel dettaglio le strategie adoperate per il consolidamento del regime: dal controllo dell’informazione alla gestione dei momenti di crisi (l’incidente del sottomarino Kursk), per arrivare all’apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Soci nel 2014, con l’apoteosi del kitsch come emblematica formula di costruzione del consenso.
Ai capitoli più tragici della dittatura putiniana, dai massacri in Cecenia all’invasione della Crimea, sono riservati solo dei riferimenti fugaci; Olivier Assayas ed Emmanuel Carrère appaiono più interessati a dinamiche quali l’annullamento delle ideologie (Baranov sottolinea che il regime non ha alcun messaggio da veicolare) e l’uso di internet come cassa di risonanza di fanatismi e paranoie opportunamente manipolati a fini politici (le cosiddette “fabbriche di troll”). Questioni che non potrebbero essere più attuali, alla luce del conflitto mediatico che si sta consumando in parallelo con la guerra in Ucraina, nonché dell’analoga deriva liberticida dell’America di Donald Trump; e proprio in tale ottica, il film offre più di qualche tratto in comune con un titolo complementare quale The Apprentice di Ali Abbasi.