Il Nome della Rosa, la recensione dei primi due episodi
La recensione dei primi due episodi di Il Nome della Rosa
Il piacere della visione e dell’intrecciarsi di un mistero fatto di luoghi proibiti, cadaveri scoperti in pose e situazioni terribili e scontri d’intelligenza, non è mai soppiantato dal peso e dal rispetto per un romanzo storico-filosofico che sapeva ben bilanciare la sua erudizione con il suo fascino carnale.
Alla base delle prime due puntate di Il Nome Della Rosa c’è il continuo annuncio e contemporaneamente rimando dello scontro, ovvero la dinamica centrale in tantissima animazione seriale nipponica. Questa suspense di ciò che sta arrivando (nella persona del “campione” della Chiesa interpretato da Rupert Everett) conferisce alla messa in scena una trazione che altrimenti sembra difficile avrebbe potuto avere. Specialmente nel primo episodio infatti la serie italo tedesca ha uno scarsissimo ritmo e proprio là dove dovrebbe introdurre un mondo affascinante, indugia, si perde e mal cavalca i propri elementi di fascino. Ci vorranno entrambe le puntate per iniziare ad avere l’acquolina in bocca.
È il particolare meno prevedibile di una serie contraddistinta da un look giovane abbastanza vecchiotto, cioè da una color correction potente che ricorda quelle dei primi anni 2000. Giacomo Battiato cerca l’opposto della “chiarezza RAI”, trovandolo però in una fotografia appartenente ad una moda passata.
È il mondo visto tramite gli occhi di Guglielmo da Baskerville, appassionato di tutto quello che prevede approfondimento, eccitato alla sola idea di stare davanti ad una delle biblioteche più grandi della sua epoca. È evidente che proprio questo frate diverso dagli altri è il terreno in cui si misurerà la riuscita della serie. L’intuizione geniale (di Eco) è che in questa grande storia ci sono le versioni cattoliche dei luoghi comuni della detective story, a cominciare proprio dall’investigatore (è questo che fa Guglielmo da Baskerville) fino al grande scontro di retorica, sorta di incontro di pugilato che determinerà i destini della Chiesa (“Io non perdo mai un dibattito” dice Guglielmo). E va da sé che la scelta di John Turturro, così diverso da Sean Connery nella struttura fisica (più minuto, segaligno, intellettuale), è un asset fondamentale. Se Connery era l’anima di genere di Guglielmo da Baskerville, l’agente segreto della Chiesa, Turturro è pronto ad interpretarlo in un senso più pieno, non solo come investigatore ma come erudito a tutto tondo. Non è un superuomo e la serie lo dovrebbe rispecchiare.
Così mentre Battiato sembra agitarsi tantissimo alla ricerca di paesaggi corretti al digitale con una forza forse non necessaria (o che di certo non sembra ripagare), il montaggio lavora di dettagli per raggiungere gli standard del racconto audiovisivo moderno che la RAI ha finalmente iniziato ad inseguire.
Errata corrige: nella recensione si menzionava un apporto di HBO che invece non è coinvolta nella serie.