Il Quinto Potere, la recensione
L'atteso film su Wikileaks e gli eventi del 2010 ricostruisce parzialmente la storia e non riesce a raccontare davvero il mondo che le nuove tecnologie stanno creando...
Non è per nulla semplice raccontare gli eventi che stanno cambiando il mondo a partire dalle nuove tecnologie.
Il quinto potere, nel raccontare la storia di Wikileaks tra il 2008 e il 2010 circa non riesce a rappresentare con onestà e profondità il mondo, le idee e i fermenti che bruciano dietro gli hacktivist, nè, nel suo tentativo di spiegare a tutti anche a chi è digiuno di tecnologia cosa sia Wikileaks e come funzionasse, riesce ad operare una traduzione in minimi termini efficace.
In parole povere il mondo rappresentato da Il quinto potere non riesce a raccontare la rivoluzione digitale, solo a tratti mette in campo (senza però davvero affrontarla) la straordinaria dualità tra svelamento della verità e applicazione metodica della menzogna che appartiene al personaggio Assange.
Così il più grande attivista contemporaneo fa la figura dell'idealista invasato, animato dalle idee migliori ma incapace di capire quando fermarsi o moderare la sua visione per il bene di tutti (il film non considera che nessuno ha subito le tanto paventate conseguenze mortali per le rivelazioni di Assange). E un excusatio non petita nel finale, per bocca dello stesso Cumberbatch/Assange, di certo non rimedia a quanto il film ha fatto in precedenza.
In questo senso Il quinto potere è in tutto e per tutto un film con un'ottica da anni '70-'80 e del resto anche un immaginario di quell'epoca, se si pensa che la maniera in cui Condon decide di rappresentare (per metafora) la struttura di Wikileaks è un ufficio anni '50 in cui ad ogni scrivania c'è un Assange e i documenti arrivano come fogli di carta. Il mondo moderno e gli attivisti moderni (cioè gli hacktivist) visti con il metro di un'altra epoca, non a caso è il buon vecchio giornale di carta, il Guardian, a tirare la grande morale finale.