Immaculate, la recensione
Un veicolo per ridefinire la personalità attoriale di Sydney Sweeney diventa in Immaculate un horror generico elevato dagli attori italiani
La recensione di Immaculate, il film con Sydney Sweeney girato in Italia in uscita in sala l'11 luglio.
L’italiano è quindi parte integrante dell’atmosfera che Immaculate vuole creare, un’atmosfera come sempre falsa e fantasiosa anche quando cerca di replicare meccanismi vaticani. In particolare, c’è una scena assurda di una festa dopo il noviziato, mesta perché è una festa di suore, ma con il vino bevuto in boccali simili a quelli per la comunione. La qualità un po' dozzinale di questo immaginario conta poco, perché in quanto tale dice qualcosa su chi l’ha creato. Immaculate è un film prodotto da Sydney Sweeney, ovvero dalla sua stessa protagonista e dal suo fidanzato. È un film realizzato perché chi lo interpreta pensa di aver bisogno di un ruolo simile, uno da vittima in stile Rosemary’s Baby, ma anche un film in cui tutti le dicono quanto sia bella.
Fin dal suo arrivo a Roma (in un aeroporto con colonne romane e marmi, come fosse un palazzo del ‘600), ogni persona sottolinea la sua bellezza. Questo ha una sua utilità nella trama, perché anche per questa ragione sarà scelta come destinataria di una gravidanza che non desidera, considerata per questo immacolata. È anche un atteggiamento che conferma la natura del film come veicolo per la sua protagonista. Lei è sempre inquadrata, passa da pulcino bagnato a donna d’azione che cerca di liberarsi, cammina in vestaglia di notte con la candela (siamo nel presente, ma trattandosi del Vaticano di notte si gira con la camicia da notte e le candele), finisce nei sotterranei vaticani, allucinata dall'orrore nei sogni e dalla violenza nella realtà.