FILM

Ink, la recensione: Danny Boyle firma il suo “Quarto Potere”

Danny Boyle apre la Mostra di Venezia con Ink, un film che racconta la nascita del tabloid moderno per far riflettere sulla crisi di verità in cui viviamo oggi, restituendo a Rupert Murdoch e Larry Lamb lo status di architetti involontari del nostro presente mediatico.

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Presentato stamattina in anteprima mondiale come film di apertura dell'83esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, in concorso per il Leone d'Oro, Danny Boyle arriva al Lido portando con Ink un'ambizione che va ben oltre il racconto storico della scalata di Larry Lamb al The Sun nel 1969.

Tratto dall'omonima pièce di James Graham, qui in veste di sceneggiatore, il film ci propone la stessa posta in gioco del mastodontico Quarto Potere di Orson Welles, interrogandosi su cosa significhi davvero fondare un impero mediatico e quale prezzo, morale prima ancora che economico, va pagato per la sua costruzione.

La zona grigia tra creatività e arrivismo

Il cuore pulsante del film è nel rapporto tra Larry Lamb (Jack O’Connell) e Rupert Murdoch (Guy Pearce) e nella distanza, sempre più sottile, che separa chi inventa un linguaggio da chi lo possiede.

Lamb è la mente, l'uomo che intuisce come si possa raccontare la cronaca nera, lo sport, il gossip trasformandoli in un nuovo alfabeto popolare per parlare a chi si sentiva escluso dalla stampa tradizionale. Murdoch è il contenitore, la struttura economica e imprenditoriale che permette a quell'idea di diventare fenomeno di massa, ma anche l'entità che nel farlo la deforma e spinge verso un passo oltre il limite.

In termini drammaturgici, Boyle e Graham non semplificano mai questo rapporto in una dicotomia tra creativo puro e magnate senza scrupoli; si muovono costantemente in una zona grigia, spesso più rappresentata da Lamb che da Murdoch, brillante, provocatoria e controversa, assottigliando sempre di più questo confine, man mano che il film va avanti, tanto da renderlo nullo. Anzi, probabilmente sarebbe giusto dire che per tutto il tempo Ink chieda allo spettatore di individuarlo, se ancora possibile, questo confine, facendo risuonare la domanda oltre i titoli di coda.

Il tabloid, l’origine delle notizie da social media

Con Ink Danny Boyle legge il presente attraverso il passato senza bisogno di scorciatoie o parallelismi didascalici. Nel film il The Sun non nasce come macchina dell'intrattenimento ma lo diventa, spettacolarizzando ogni notizia indipendentemente dal suo peso specifico, che si tratti di uno scandalo politico o di un fatto di cronaca nera, trasformando il dolore altrui e la curiosità morbosa in merce vendibile, individuando l'antenato diretto dei nostri social.

Molto prima delle bacheche e algoritmi, è stato il tabloid a insegnarci che la notizia vale quanto la sua capacità di generare reazione, non quanto la sua aderenza alla verità, e Boyle ce lo fa capire senza mezzi termini, sottolineando come dietro il clickbait e le piattaforme social di oggi ci sia in fondo lo stesso meccanismo che Lamb e Murdoch misero a punto oltre cinquant'anni fa, semplicemente privo ancora del velo tecnologico che oggi lo rende invisibile e, pertanto, più pericoloso.

Una scena di Ink - @Lucky Red

Un pessimismo necessario?

Ink non concede sconti – e perché dovrebbe? – però non vuole neanche demonizzare il giornalismo in blocco, piuttosto smonta con lucidità l'idea che l'etica e la ricerca della verità siano sempre state al centro di questo mestiere, mostrando quanto la sete di primato, la volontà di essere i numeri uno a ogni costo, abbia sempre convissuto con quella filosofia più nobile, finendo spesso per soffocarla.

Se vogliamo, verso il finale, il film solleva una riflessione paradossale: la crisi della carta stampata, generata proprio da chi quella carta l'aveva reinventata trasformandola in fenomeno di massa, come se ogni rivoluzione mediatica portasse dentro di sé, fin dal principio, il seme della propria futura obsolescenza.

In Ink, il giornalismo finisce di essere un servizio per diventare business, e Boyle fa sì che questa consapevolezza resti impressa allo spettatore senza offrire vie di fuga consolatorie. Immaginate cosa voglia dire per un giornalista, alla prima del film, scontrarsi con questa realtà. Ma lo sappiamo, lo sappiamo da tanto tempo questo, semplicemente ci ostiniamo a non voler guardare in faccia l’evidenza dei fatti; in fondo, il film sembra suggerire che le persone abbiano sempre bisogno di storie perché non riescono ad accettare che le cose accadano senza un motivo, ed è forse proprio in questo bisogno primordiale, sfruttato e piegato fino a diventare industria, che si nasconde la radice più antica e più vera di ogni tabloid, di ogni scroll compulsivo, di ogni notizia che scegliamo di credere solo perché ci consola più della verità. La radice per la fine di un mestiere che ha smesso di credere, a sua volta, in quei valori da sempre professati.

Danny Boyle nel pieno della sua forma

Sul piano stilistico, Ink conferma la vitalità di un autore che, anche quando lavora su un materiale fortemente verbale e teatrale nella sua origine, non perde mai la propria poetica che, nel caso del cineasta britannico, si traduce in fame di ritmo.

La regia di Boyle è un loop visivo e narrativo che trascina lo spettatore dentro l'ossessione dei suoi personaggi, restituendo la sensazione fisica di un'accelerazione senza freni, quella stessa accelerazione che il film denuncia a livello tematico. Una regia sfrontata, quasi in contraddizione apparente con il tono morale del racconto, ma è proprio questa frizione, tra la messa in scena elettrizzante e il contenuto etico e cupo, a rendere Ink un'esperienza che indaga la nostra ossessione collettiva senza mai limitarsi a descriverla da fuori.

Un cast che regge il peso della storia

Jack O'Connell restituisce a Larry Lamb la doppia natura di agnello e lupo, un uomo trascinato dalla necessità ma anche dalla rivalsa personale, che ha trasformato la propria fame di riscatto in un nuovo linguaggio dell'informazione. Una delle conferme più solide degli ultimi anni per O'Connell, che dopo Sinners si riafferma tra le scoperte più interessanti del cinema britannico contemporaneo, qui abile a rendere credibile ogni sfumatura di questa metamorfosi morale.

Guy Pearce torna con uno dei ruoli più riusciti della sua carriera recente, restituendo a Murdoch una freddezza calcolata che non scade mai nella macchietta, mentre Claire Foy, nei panni di Jules Davies, trova finalmente uno spazio che la libera dall'immagine più ingessata a cui il cinema e televisione britannico l'aveva abituata, regalandole una libertà interpretativa che le si addice.

In conclusione, senza ulteriori giri di parole, possiamo assolutamente dire con piena sicurezza che Ink di Danny Boyle è la miglior apertura del Festival di Venezia da dieci anni a questa parte.

Prossimamente in sala con Lucky Red.

 

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