Insidious: L'Ultima Chiave, la recensione
Scritto con grandissima vivacità e molte idee intelligenti, Insidious: L'Ultima Chiave è però girato con così poca voglia da abbassare ogni eccitazione
La storia è sempre di Leigh Whannell, autore di tutti i capitoli (ma anche inventore della saga di Saw sempre in coppia con Wan) e pure regista del terzo, che stavolta sceglie di tornare indietro nel tempo, al 2010 (e poi ancora più indietro), per raccontare la storia della medium che vediamo aiutare la famiglia nel primo film, quella interpretata da Lin Shaye. Cosa le è successo prima della telefonata con cui entra in scena nel primo Insidious, cosa c’è nel suo passato, da quanto ha quel dono e cosa le è costato. Domande più che usuali per un prequel/spin-off, che però Whannell usa per fare un film completamente diverso dal prevedibile.
Più che altro in questo film colpisce quanto alle volte possa essere strano il cinema. In una produzione così scalcinata e dalla regia incerta, si trova uno dei copioni che meglio mettono in scena il meccanismo fondamentale del cinema dell’orrore.
Addirittura Insidious: L’Ultima Chiave riesce ad un certo punto a regalare una scena che sintetizza alla perfezione con una sola immagine cosa sia l’horror: quella in cui una delle ragazze potenziali vittime è finita sdraiata per terra in una buia cantina con il seno che innaturalmente, anche da sdraiata, emerge sotto la maglietta mentre nello sfondo, sfocata, una presenza maligna e mostruosa avanza verso di lei, mentre sentiamo solo il suo ansimare così pronunciato da sembrare l’audio di un amplesso. È un momento di unione perfetta di quei due movimenti alla base del genere, cioè l’attrazione eccitata verso certi corpi, il desiderio di toccarli, e quella spaventata che allontana da altri, il desiderio di non esserne toccati.