Jack Reacher: Punto di Non Ritorno, la recensione
Un passaggio di mano infernale condanna Jack Reacher: Punto di Non Ritorno ad essere adattato dal team creativo di L'Ultimo Samurai
Il film che fece nascere la storia d’amore professionale tra Tom Cruise e MacQuarrie (proseguita con Edge of Tomorrow e coronata sull’altare di un nuovo ottimo Mission: Impossible e in procinto di generarne un altro), nel suo sequel dimostra quanto contasse la mano del suo sceneggiatore e regista.
I 3 sceneggiatori qui all’opera per mettere a punto l’adattamento dell’omonimo libro di Lee Child non sembrano assolutamente adeguati a seguire la scia di MacQuarrie, che pure aveva avuto più di una difficoltà e non era stato impeccabile. Punto di Non Ritorno invece che ricalcare le strutture canoniche del thriller d’indagine in maniera molto personale, con una voce tutta sua, come faceva il precedente, appiattisce una trama anche più originale su standard impensabili per un nome come quello di Tom Cruise.
In più, rispetto alla prima avventura, ci sarebbe anche un interesse sentimentale, una donna al livello (o quasi) del protagonista, un maggiore militare in difficoltà, paradossale damigella da salvare in realtà capace di salvarsi da sé ma attratta dall’affiatamento con un’anima affine. Ai due si aggiunge poi una ragazza che fin dall’inizio è sospettata di essere una figlia di cui Jack Reacher non sapeva niente.