Jojo Rabbit, la recensione | TFF2019
Dopo un inizio folgorante Jojo Rabbit diventa molto più convenzionale ma ha il merito di fare quel lavoro convenzionale con classe
JOJO RABBIT, DI TAIKA WAITITI - LA RECENSIONE
L’immaginario legato al racconto del nazismo, sia nella versione olocausto che nella versione delle atrocità nel fronte interno, è stato prosciugato e annullato da centinaia di film che hanno ripetuto, ribadito e riproposto sempre i medesimi concetti con le medesime figure e i medesimi personaggi nelle medesime situazioni. Film sul tema continuano ad essere fatti ma sostanzialmente non significano più niente, sono solo coazioni a ripetere che stimolano reazioni sempre uguali in virtù dell’atrocità che sappiamo essere reale. Il punto però è che quell’immaginario lì, in sé, è stato svuotato di senso e impoverito di significato dall’usura e dalla mancanza di idee o punti di vista non certo “alternativi” ma almeno nuovi, diversi, freschi.
A fronte di questo inizio potentissimo, per lo più ambientato in un campo estivo per giovani nazisti in cui il protagonista di 8 anni dovrà imparare a diventare un uomo e, come aspira ardentemente, un buon nazista mangia ebrei, il resto del film sarà invece un lento rientrare nei ranghi più usuali e convenzionali. La storia di Jojo Rabbit è infatti una molto ordinaria resa un po’ diversa dal fatto che la vediamo attraverso gli occhi di un bambino che capisce meno di noi quello che vede. Anche questo per nulla originale. I luoghi comuni del genere infatti ci sono tutti (la mamma che fa il doppio gioco, l’ebrea nascosta, il crollo della Germania...) e a poco serve l’Hitler amico immaginario che si comporta come la tigre di Calvin e Hobbes (o l’armadillo di Zerocalcare) incarnando il suo sentire più profondo con cui quello più superficiale instaura una dialettica. Jojo Rabbit diventa a tutti gli effetti il classico film sul nazismo.
“È un mondo duro per i piccoli”, come viene detto in La morte corre sul fiume, e lo è ovviamente la Germania nazista se si è palesemente molto sensibili come Jojo e indottrinati fino al collo, e ancora di più lo sarà quando la guerra si sposterà proprio lì a Berlino.
Di buono c’è inoltre che Taika Waititi riesce a non perdere mai l’abbrivio dell’umorismo, non svilirlo e non calmarlo, così fino alla fine dimostra di riuscire ad avere idee comiche divertenti e funzionali al film.
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