Jumanji: Benvenuti Nella Giungla, la recensione
Remake del film degli anni '90 con Robin Williams, questo Jumanji è un'altra cosa, intrattenimento per la famiglia di nuova generazione che guarda ai supereroi
Attorno a Dwayne Johnson orbita tutto Jumanji, e questo nonostante ci vogliano 17 minuti perché si passi dai ragazzi protagonisti al mondo del videogame omonimo dentro cui i 4 liceali in punizione finiscono. Da The Breakfast Club a Indiana Jones, tramite un videogioco invece che un gioco da tavola come era nell’originale (ma le differenze tra i due sono così tante che è quasi sbagliato parlare di remake o reboot, sono proprio film diversi), Jumanji si propone con arroganza come il nuovo modello del cinema per tutta la famiglia fatto di avventura e buoni sentimenti facili facili. Solo che questo sesto lungometraggio, in una carriera fatta più che altro di tv, di Jake Kasdan desidera anche guardare a Guardiani Della Galassia e al nuovo intrattenimento ad altissimo budget pensato in ottica mondiale.
Senza nessun pensiero che non sia divertire, Jumanji centra tempi e ritmi, ha una sceneggiatura di ferro e sfrutta al meglio il genio di Jack Black (direttamente contrapposto all’altra macchietta, Kevin Hart, e decisamente superiore per profondità e capacità di raggiungere il medesimo obiettivo con un quarto dei movimenti e delle urla). Ovviamente non ha la stranezza dell’originale, ne ha perso tutta quella curiosa maniera di non somigliare ad altro, anzi è diventato più un Tron o quel tipo di film per ragazzi, ma nel farlo ci ha guadagnato in compattezza e sfrontatezza.
Alla fine dunque, andando a controllare la carriera degli sceneggiatori, non sorprende per niente che prima di centrare alcuni ottimi film si siano formati nella televisione. Jumanji ha nella scrittura quel rigore, quella precisione e quella capacità di non tradire che ci siamo abituati a pretendere dalle serie tv.