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La Casa - Il rogo del Male, la recensione: “Fanc*lo la famiglia!”

Il secondo capitolo della trilogia “sequel” porta la famiglia da eredità a prigione, ma la scrittura non regge il peso del proprio sottotesto. Vaniček firma un film onesto e sanguinoso, meno riuscito di quello di Cronin, che vive più della sua ferocia scenica che del suo pensiero.

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Il franchise di Evil Dead ha sempre avuto un rapporto ambiguo con l'idea di famiglia, un concetto che nasce già nel primo film di Sam Raimi come qualcosa di scelto, di ricostruito attorno alla sopravvivenza, per poi restringersi progressivamente attorno alla figura di Ash, l'eroe riluttante che diventa icona proprio perché resta solo. Quello che rendeva quell'operazione seminale non era soltanto la commistione tra grottesco e splatter, ma la capacità di piegare un genere già codificato verso una direzione più libera, quasi anarchica.

Con Ash vs Evil Dead il discorso si sposta verso la legacy, il peso di un'eredità che si accetta o si rifiuta. La trilogia “sequel” inaugurata da Lee Cronin, invece, porta tutto su un piano più esplicitamente metaforico. La Casa - Il risveglio del Male puntava sulla sorellanza, sul legame tra Beth ed Ellie e sui figli di quest'ultima, Danny e Bridget, rendendo ogni possessione demoniaca lo specchio deformato di dinamiche familiari già ferite in partenza. Con La Casa - Il rogo del Male, al cinema dall’8 luglio con Eagle Pictures, Sébastien Vaniček (già autore di Vermines) permette al discorso di compiere un ulteriore passo, forse il più radicale della trilogia.

La famiglia come prigione da incendiare

Quello che cambia in questo secondo capitolo è la direzione del sentimento. La famiglia non è più qualcosa su cui fare affidamento, non è eredità né legame protettivo, ma diventa una condizione di reclusione. Alice, interpretata da Souheila Yacoub, arriva nella casa isolata dei suoceri dopo la morte del marito: un’ultima riunione di famiglia che si trasforma quasi subito in un incubo di sospetti, silenzi e violenza trattenuta. Il film riflette, senza dichiararlo mai apertamente, sul peso che la generazione dei Millennial porta addosso, i traumi non elaborati dai genitori, l'omertà di chi assiste alla violenza domestica e sceglie di non vedere perché così si è sempre fatto. Insomma, un classico pranzo/cenone di Natale!

Il matrimonio di Alice, già segnato da una violenza maschile che il suo stesso autore non riconosce come tale, accusando semmai la vittima di provocarla, diventa il nucleo simbolico attorno a cui ruota tutto il film. La famiglia qui non salva: ferisce, umilia, e i voti pronunciati in vita continuano a legare anche oltre la morte, come se il vincolo coniugale fosse esso stesso una forma di possessione che precede quella demoniaca.

Un tema che si accende e si spegne troppo in fretta

Il problema, se di problema si può parlare, è che questa lettura più adulta e politica della saga viene accennata più che sviluppata. Il film individua con lucidità il proprio sottotesto, quello della dipendenza affettiva, del rimorso, della violenza che si tramanda perché nessuno la nomina e, di conseguenza, affronta ma poi si affretta a tornare al prossimo squartamento, lasciando che il discorso resti sospeso. È un vizio che la nuova trilogia porta con sé fin dall'inizio, quello di lanciare il sasso e ritrarre subito la mano. Anche i dialoghi ne risentono, meno brillanti e meno cattivi di quanto la premessa lascerebbe intuire, con quella verve sarcastica tipica del franchise tenuta quasi sempre a bada, salvo rare eccezioni.

Questo squilibrio si può leggere in due modi opposti: da una parte il secondo atto perde il controllo narrativo, ripetendo gli stessi beat senza aggiungere reale tensione, quasi che il film avesse paura delle proprie implicazioni; dall'altra, quella reticenza potrebbe anche essere letta come una forma di pudore, un rifiuto di trasformare la violenza domestica in tesi esplicita, lasciandola invece filtrare tra le pieghe del genere, dove il non detto pesa quanto – se non di più – l'urlo.

Il corpo del film, tra fiamme vere e coreografie di sangue

Se la scrittura resta il tallone d'Achille dell'operazione, il suo cuore pulsante sta tutto nell'apparato scenico. Vaniček ha scelto di privilegiare gli effetti pratici e l'uso di fiamme reali, cercando un senso di concretezza fisica per amplificare sporcizia e cattiveria, dimostrando una generosa inventiva. Un vero artigianato dell'orrore, pur senza reinventare le regole del gioco.

La fotografia di Philip Lozano costruisce un’atmosfera fredda e desaturata, funzionale a raccontare la discesa di Alice dietro lo specchio della normalità coniugale, mentre i Deadite vengono pensati come predatori intelligenti, ciascuno con un proprio stile di attacco, un'idea che restituisce fisicità e varietà alle scene di possessione. Il risultato è un tripudio di sangue, arti tagliati, teste spappolate e jump scare efficaci, pensato per chi cerca circa centodieci minuti di sbudellamento puro. In questo, il film sembra strizzare l'occhio più alla brutalità diretta del reboot di Fede Álvarez che alla sintesi più equilibrata trovata da Cronin.

Souheila Yacoub e il resto del cast

Sul fronte interpretativo, Souheila Yacoub porta il film sulle proprie spalle con una prova solida e introspettiva, costruendo una protagonista che reagisce come reagirebbe chiunque si trovasse invischiato in una simile spirale, senza alcuna ambizione di diventare icona nel senso di Ash. Si inserisce più nello scenario di final girl di ultima generazione – che a quanto pare, dopo i massacri in famiglia, amano fumarsi una bella sigaretta. Comprensibile.

Accanto a lei, Tandi Wright nel ruolo della suocera Susan è forse l'elemento più riuscito del cast secondario, capace di risultare inquietante anche solo attraverso lo sguardo senza bisogno di essere posseduta. Hunter Doohan, nei panni di Joseph, e Luciane Buchanan restituiscono dignità a un ensemble che allarga la tensione oltre la sola final girl.

Un verdetto senza lode e senza infamia

Alla fine, La Casa - Il rogo del Male resta un film onesto ma incompiuto, capace di intuire una lettura più matura e politica della famiglia disfunzionale senza però avere il coraggio di portarla fino in fondo. Rispetto a La Casa - Il risveglio del Male, che era riuscito a tenere insieme l'anima dissacrante del franchise e una scrittura più stratificata, questo secondo capitolo sacrifica la profondità narrativa in favore dello spettacolo. Un compromesso che funziona sul piano della messa in scena, ma che lascia la sensazione di un'occasione mancata sul piano tematico.

Rimane comunque la conferma che la violenza più difficile da dimenticare non è quella demoniaca, ma quella che portiamo dentro casa molto prima che il Necronomicon venga aperto. Questo è il vero orrore di cui dovremmo tutti preoccuparci.

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