FILM

La città dei vivi, la recensione: una mosca bianca in un panorama true crime

Edoardo Gabbriellini porta al cinema la storia di Luca Varani scegliendo la strada più scomoda, quella di guardare la vittima anziché il carnefice, firmando una pellicola coraggiosa anche quando la messa in scena non riesce sempre a reggere il peso di quella scelta.

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In un presente che si nutre ormai quasi esclusivamente di true crime, dove il carnefice è protagonista assoluto e la vittima si riduce a un nome sui titoli dei giornali, La città dei vivi sceglie la strada più difficile e meno accattivante, quella di rimettere Luca Varani al centro del racconto.

Presentato nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia e liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Nicola Lagioia, in sala dal 1 Ottobre con Eagle Pictures, il film di Edoardo Gabbriellini ci restituisce Luca Varani non come vittima nel senso stretto del termine, ma come un ragazzo, punto, con tutta la complessità e la banalità che questo comporta.

Un punto di vista, quello di Luca Varani

Il romanzo di Lagioia alternava i punti di vista di Luca Varani, Marco Prato e Manuel Foffo, senza mai cedere alla morbosità pur affrontando la vicenda con un occhio critico e stratificato. Gabbriellini fa una scelta più drastica e restringe il campo a un solo sguardo, quello di Luca, la vittima, l’unica storia da ascoltare e mai realmente “ascoltata” perché messa in secondo piano rispetto ai suoi carnefici; una praticamente sempre più comune nel panorama audiovisivo e letterario, social e mediatico, preferendo di gran lunga dissetare le tendenze più voyeuristiche come se, in fondo, non si stesse parlando di vita vera ma di “banale finzione”. 

Così facendo, invece, il regista trasforma il film in un vero e proprio coming of age, dove per gran parte della sua durata seguiamo la vita di un ragazzo semplice, come tanti, tra la scuola, gli amici, i la famiglia, la fidanzata, l'insicurezza e la frenesia di indipendenza, del racimolare qualche soldo in più, finendo per fare qualche scelta sbagliata. E quale adolescente (e non solo) non ne fa?

La quotidianità come scelta di sguardo

Luca è gentile, ha il cuore grande, proviene da una famiglia che gli vuole bene quanto lui vuole bene a lei; Gabbriellini ci porta dentro questa quotidianità restando al suo fianco, lasciando ampio spazio anche ai genitori, interpretati da Valerio Mastandrea e Simona Senzacqua, e alla fidanzata Marta, dando corpo così a tutte le persone che popolano la vita di Luca.

Buona parte del racconto è scandita da un ritmo statico, a tratti quasi anestetizzato, una scelta che rischia di raffreddare la visione ma che, allo stesso tempo, ci mette di fronte alla normalità più disarmante, quella del quotidiano che tutti conosciamo e che qui si carica di un peso specifico diverso, perché sappiamo, fin dall'inizio, cosa sta per accadere. Lo attendiamo, quasi come se fosse una timebomb, un conto alla rovescia che, inesorabile, porterà con sé il peggio.

Emanuele Maria Di Stefano e Gaia Merlonghi, nei panni di Luca e Marta, offrono un'interpretazione naturale e spontanea, capace di rafforzare ulteriormente quel senso di quotidianità su cui il film costruisce la propria identità. Valerio Mastandrea e Simona Senzacqua, pur essendo due nomi già affermati, non soffocano mai la scena dei due giovani protagonisti, restituendo con misura tutta la dolcezza e la tenerezza dei genitori di Luca.

L'attesa dell’orrore (e la sua giustissima essenza)

Conoscendo già l'esito di questa storia, lo spettatore si ritrova quasi a desiderare l'arrivo dell'orrore, come se una parte di noi avesse sete di vedere il ragazzo normale trasformarsi in un agnello sacrificato al dio del massacro, la classica persona nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma il film sorvola sull'evento, lo attraversa senza indugiare, senza spettacolarizzare la violenza, lasciandoci addosso una sensazione di spaesamento più forte di qualunque messa in scena esplicita avrebbe potuto restituire. Da lì lo sguardo si sposta su chi resta, sui vivi, su quelle stesse persone che devono continuare ad abitare la quotidianità di Luca senza di lui, mettendoci di fronte a quanto la vita sia insieme effimera e fragile davanti alla follia di un altro.

Il finale conduce verso l’emozione, lasciando il segno o forse spargendo il sale su una “vecchia ferita”, perché a pungolare arriva il dubbio che questa commozione non dipenda interamente dalla regia di Gabbriellini o dalla sceneggiatura firmata dallo stesso Lagioia, quanto piuttosto dal fatto che quella tragedia la conosciamo già, l'abbiamo vissuta attraverso i giornali, abbiamo frequentato gli stessi ambienti dei suoi protagonisti, sentita nella sua forza dirompente, la stessa di quelle storie che non risparmiano nessuno.

Una necessaria mosca bianca

Non so quanti sapranno davvero cogliere l'operazione dietro La città dei vivi, ma questo più che un difetto è una conseguenza diretta della società in cui viviamo. In un mondo che continua a nutrirsi di macabro e di spettacolarizzazione dell'orrore, questo film si offre come una necessaria mosca bianca, restituendo la storia al suo reale protagonista.

Si poteva osare qualcosa in più, certo, perché quel realismo scelto finisce a tratti per risultare fin troppo documentaristico, asciutto, quasi anestetizzato. Resta però innegabile il valore di una scelta controcorrente, meno accattivante rispetto a ciò che il pubblico si aspetta, ma proprio per questo più che necessaria.

La città dei vivi sarà al cinema dal 1 Ottobre con Eagle Pictures.

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