La Gioia, la recensione: i sogni sono realtà per Gelormini, ma il risveglio è doloroso
In La Gioia, Nicolangelo Gelormini racconta un amore impossibile tra sogno e realtà. Con una straordinaria Valeria Golino, un film potente, intimo e doloroso che lascia il segno.
Un megafono. Si apriva con questa immagine Fortuna, il primo, bellissimo film di Nicolangelo Gelormini. Si apre invece con un’antenna parabolica La Gioia, la sua opera seconda, presentata alle Giornate degli Autori a Venezia e in uscita al cinema dal 12 febbraio. È sempre questione di comunicazione, di segnali che devono essere colti. E di percezione.
Il cinema di Gelormini ha a che fare con questo: con ciò che è e ciò che sembra; con la realtà e il nostro modo di viverla e vederla; con ciò che è vero e con ciò che vogliamo, più o meno consapevolmente, credere tale. E la realtà al centro di tutto questo è la nostra vita, sono i nostri sentimenti, i nostri affetti. C’era tutto questo in Fortuna. E, dopo aver amato quel film, siamo felici di ritrovarlo anche ne La Gioia. Forse ancora più a fuoco. Forse ancora più intenso. La Gioia è un film esteticamente affascinante e intimamente doloroso. Un film come in Italia se ne fanno pochi.La stagione dell’amore
Quell’antenna parabolica è una di quelle che servono alla pay TV. Serve per vedere una partita della Juventus, che Gioia (Valeria Golino) segue accanto ai genitori come se fosse ancora una bambina. Ma è ormai adulta: è un’insegnante di liceo che non ha mai conosciuto l’amore, se non quello opprimente dei genitori, con cui vive ancora.
Incontra Alessio, uno degli studenti della sua scuola, un ragazzo che usa il proprio corpo come strumento per rimediare qualche centinaio di euro e aiutare sua madre (Jasmine Trinca), cassiera in un supermercato. Tra Alessio e Gioia nasce un legame inaspettato. I loro mondi, però, sono molto distanti. Troppo distanti.«Come stanno i tuoi genitori? Come va a casa?» «Non c’è casa». È uno dei primi scambi tra Gioia e Alessio. C’è ancora la famiglia, come in Fortuna, al centro de La Gioia: i genitori che, con il loro comportamento, influiscono sul nostro destino.
Alessio è senza padre e, in fondo, anche senza madre (irrisolta, eterna adolescente) ed è cresciuto da solo, con un vuoto da colmare. Gioia è il suo contrario: i genitori li ha, ma sono troppo ingombranti, troppo presenti, troppo castranti. In fondo non è mai cresciuta. Non è sola, ma deve colmare il vuoto dell’amore. Alessio è come il sole, luminoso (in apparenza) e attorno a cui tutti ruotano. Gioia è la luna, spenta e in attesa di vivere di luce riflessa.
“Dreams are my reality”
Come Fortuna, anche La Gioia si svolge, nei suoi momenti decisivi, in interni opprimenti. In quel mondo familiare che può diventare perturbante. Le stanze sono quasi sempre in ombra, e la luce arriva dall’esterno, dalle finestre, come fosse una speranza, un anelito alla fuga.
Nei film di Nicolangelo Gelormini tutti, in modo conscio o inconscio, vogliono evadere dalla realtà: immaginandosi principesse di pianeti lontani o sognando un amore impossibile. «Dreams are my reality», canta Richard Sanderson a un certo punto del film. È il tema de Il tempo delle mele. Gioia è come i personaggi di quel film: un’innamorata alle prime armi.
Gelormini e Valeria Golino sono bravissimi nel portarci a sposare il punto di vista della protagonista, nel rendere credibile che una donna colta e adulta possa fraintendere le intenzioni di un ragazzo.
E torniamo alla percezione. Se in Fortuna lo scollamento tra fantasia e realtà aveva i contorni di un sogno a occhi aperti, di una fuga psicogena alla David Lynch — avevamo definito quel film un Mulholland Drive lungo le strade perdute delle nostre periferie — qui è il bisogno di credere in qualcosa.
In un “Modern Love”, come canta David Bowie nella prima sequenza, che non è mai stato provato prima. È l’autosuggestione di sentirsi finalmente importanti. Qualcosa che abbiamo provato tutti, solo che eravamo in un’età in cui i danni della disillusione non potevano essere così devastanti. Per questo, rispetto a Fortuna, La Gioia è più concreto e più doloroso.
Il rapporto tra i corpi e gli spazi
La peculiarità di Nicolangelo Gelormini è farci arrivare il dolore, il disagio, in modo potentissimo, abbinandolo a un’estetica carica di personalità. È in grado di spezzarci il cuore dopo averlo riempito di immagini affascinanti.
È stato assistente alla regia di Paolo Sorrentino e ha collaborato con David Lynch per un progetto molto particolare. Ma viene anche dal mondo dell’architettura: il suo cinema vive del rapporto tra i corpi e gli spazi. Spazi spesso grandi, in cui noi esseri umani sembriamo piccoli e in balia del destino.
Così, ne La Gioia colpiscono alcune immagini girate nei boschi, con quel bacio surreale sospeso, o al Lingotto di Torino, suggestivo spazio di archeologia industriale — oggi recuperato — che aggiunge un ulteriore senso di straniamento alla storia.
E in quegli spazi — a volte immensi, a volte claustrofobici, a volte non-luoghi spersonalizzanti — si muovono i corpi, attori su cui il regista lavora in modo minuzioso.
Colpisce Valeria Golino, nel ruolo di Gioia, che lavora su volto, postura e voce per spegnere la propria bellezza e rendersi anonima, ordinaria, invisibile (anche la scelta degli abiti ha un peso importante). Jasmine Trinca non è mai stata così sensuale, ma in un modo disperato, disilluso, disarmante: il suo è un personaggio universale, sintomatico di un mondo in cui si pensa ad apparire più che a essere. E poi c’è Saul Nanni: una bellezza e una personalità decise messe al servizio di un personaggio che si maschera continuamente per fuggire da sé. Perché, in fondo, non sa chi è.
Cinema per scandagliare l’animo umano
Personaggi in cerca d’autore che un Autore lo trovano. Ancora una volta, dopo Fortuna, Nicolangelo Gelormini parte da un fatto di cronaca per restare lontano dal true crime e provare a guardare dentro l’umano: nelle sue crepe, nelle sue zone oscure, nelle sue fragilità.
È un cinema che scandaglia l’animo umano come solo questo mezzo sa fare. Gelormini lo padroneggia con sicurezza: è un grande Autore. E così, alla fine del film, restiamo freddi come in un triste lunedì, un “Blue Monday” come quello cantato dai New Order.
«Dimmi come mi sento. Dimmi ora come dovrei sentirmi». Ora siamo qui ad aspettare. Perché quando il cuore si raffredda, il risveglio è sempre doloroso.