La memoria dell'assassino, la recensione
Ci sono i killer in La memoria dell'assassino, ma è solo l'intreccio, il film è una grande contemplazione dell'idealizzione dell'essere uomini
La recensione di La memoria dell'assassino, il secondo film diretto e interpretato da Micheal Keaton, nei cinema dal 4 luglio.
Knox lotta contro il tempo e contro sé stesso, aiutato dal boss che è anche amico (un perfetto Al Pacino, grottesco ma affidabile), in un mondo in cui contano davvero solo gli imperativi morali, quelli aderendo ai quali si può dire di essere uomini nel senso pieno del termine. Non c'è da farsi ingannare: il mondo criminale è solo un pretesto, questo non è un film di polizia e gangster, ma uno in cui un uomo tira le somme della sua vita. L’intreccio ad alto rischio serve a dare tensione, quello che conta sono le rese dei conti con le persone vicine, chi sta dalla parte del protagonista e chi lo tradisce per interesse, di chi ci si può fidare e chi no, e che decisioni vanno prese per fare le cose per bene.
Alla base di tutto c'è una grande scrittura di Gregory Poirier, che Michael Keaton alla seconda regia asseconda benissimo. La memoria dell’assassino ha valori produttivi molto limitati e una confezione che grida povertà, ma Keaton mostra mano fermissima nel dirigere, cerca e trova il tono de Il colpo di Mamet (anche se quella perfezione è lontana). In questo si perde un po’ la sua interpretazione, che è meno incisiva del solito, ma il film non sembra averne bisogno, questo è il più classico dei canti di un mondo al tramonto (il titolo originale Knox Goes Away parla sia della scomparsa della sua presenza mentale che del suo ritiro da un mondo che non gli somiglia più). Non importa se sia mai esistito davvero, importa cosa scatena negli spettatori.