La mia vita con John F. Donovan, la recensione
Esordio in lingua inglese di Xavier Dolan, La mia vita con John F. Donovan è un inno imperfetto ma schietto alla difesa della propria identità
Fulcro del racconto è infatti la contrapposizione tra verità e menzogna, tra identità e maschera: non è la prima volta che Dolan affronta questa tematica, ma in La mia vita con John F. Donovan essa assurge a linea di demarcazione tra i due protagonisti, l'undicenne aspirante attore Rupert (Jacob Tremblay) e la ventinovenne star del cinema John (Kit Harington). La struttura stessa del film sottolinea l'ambiguità del punto di vista scelto dall'autore: sebbene la cornice - il dialogo tra Rupert e la giornalista Audrey (Thandie Newton) - costituisca la base ideale per una narrazione dal punto di vista del ragazzo, ben presto ci vengono mostrate situazioni della vita privata di John di cui Rupert non potrebbe in alcun modo essere venuto a conoscenza. Una complessità che, agli occhi di molti, potrà apparire come caotica e incoerente, ma che ci rimanda al ruolo di osservatori onniscienti che ha caratterizzato quasi tutta l'opera di Dolan, con l'unica eccezione di Tom à la ferme.
Dolan ha descritto La mia vita con John F. Donovan come un omaggio alla sua infanzia da vittima di bullismo, un messaggio di speranza per qualsiasi ragazzino in cerca di rassicurazioni sulla propria identità; il regista ha infatti preso spunto dalla propria esperienza personale quando, all'indomani della visione di Titanic a otto anni, scrisse una lettera a Leonardo DiCaprio, eleggendolo a suo idolo e costruendosi una bolla onirica protetta in cui ripararsi dalle angherie dei coetanei. Lo stesso fa Rupert, intrattenendo per cinque anni una fitta corrispondenza con John e trovando, attraverso le parole dell'amico di penna, la forza di non mentire mai a se stesso o al prossimo, anche a scapito della propria incolumità. Dal canto suo, Donovan ha a che fare con una fama in ascesa, un fardello che lo terrorizza e lo spinge a negarsi la possibilità di essere felice pur di mantenere intatta la propria immagine pubblica. Costretto tra le maglie di un mestiere basato sull'inganno, John si ritrova ingabbiato in una menzogna che valica i confini della professione e lo soffoca in ogni ambito della vita privata: uniche finestre che gli consentono di prendere ossigeno in questo clima opprimente sono gli incontri col fratello (Jared Keeso) e, appunto, la relazione epistolare col piccolo Rupert.

Siamo però lontani dalle crude, irrisolvibili asperità di J'ai tué ma mère o Mommy: stavolta, di fronte a noi non abbiamo genitrici in guerra con la propria prole, bensì figure in grado di comprendere i figli e di intuirne i segreti anche laddove i pargoli non sembrano disposti a condividerli. Nella dolcissima, finanche melensa scena del ricongiungimento tra Sam e Rupert emerge tutto l'anelito conciliatore, tutta la natura pacificatrice dell'intero film su cui si basa il film. Una sequenza che fornisce al regista l'occasione di tracciare un ennesimo parallelo tra i due protagonisti, laddove John si rifugia a casa della madre in un estremo tentativo di aggrapparsi alle proprie radici e ritrovare il se stesso più autentico, lontano dagli artifici delle logiche di mercato. È un Dolan fallibile e maturo, quello di La mia vita con John F. Donovan, che prende in giro i propri stilemi - la scena iniziale con Audrey che commenta l'obsoleta cabina telefonica di Praga ne è un esempio chiaro e ironico - e che, nelle parole di Rupert adulto, sembra voler spiegare non solo il senso del proprio cinema, ma quello dell' intera macchina filmica.
"È un film di maschere, che ribadisce la poetica di Dolan e il suo interesse primario a trattare questioni legate all'identità personale e al dovere di preservarla dalle influenze esterne"Ecco quindi la settima arte assurgere a un ruolo educatore in nulla inferiore a quello svolto dai mezzi d'informazione: Rupert vince l'iniziale scetticismo di Audrey riuscendo a trovare un punto di contatto nella ricerca strenua della verità e nella lotta per difenderla. È un film di maschere, che ribadisce la poetica di Dolan e il suo interesse primario a trattare questioni legate all'identità personale e al dovere di preservarla dalle influenze esterne. Rupert è un John in fieri, la sua verde età non gli permette ancora di conoscersi appieno, ma l'esperienza vissuta attraverso il rapporto epistolare con il giovane attore sarà determinante nel fargli comprendere chi sia, al di là di paure e vergogne imposte da una società tirannica nel punire tutto ciò che è altro.