La piccola Amélie, la recensione: la Francia si fonde con il Giappone e il mix è bellissimo

Dall’universo di Amélie Nothomb nasce La piccola Amélie: un’animazione poetica tra infanzia, linguaggio e immaginazione, tra Europa e suggestioni dello Studio Ghibli.

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In Biografia della fame, Amélie Nothomb dice di parlare il franponais, un mix tra francese e giapponese, essendo nata in Belgio, ma trasferitasi prestissimo in Giappone a seguito del padre diplomatico. Il linguaggio, il suono delle parole e la loro scoperta sono al centro di La metafisica dei tubi, altro libro della scrittrice belga, per cui quando Liane-Cho Han e Maïlys Vallade hanno deciso di adattarlo, hanno fatto sì che quella lingua ibrida diventasse un modo ibrido di immaginare l’animazione.

La magia dentro gli occhi dell'infanzia

La piccola Amélie, solita semplificazione italiana dell’originale francese Amélie et la Métaphysique des tubes, racconta i primi anni di vita della scrittrice, che comincia a essere davvero una piccola persona dopo i due anni e mezzo, quando un pezzo di cioccolata bianca la riporta alla coscienza e le permette di cominciare a scoprire il mondo che circonda la sua casa di Kobe, grazie alla nonna e a Nishio-san, la sua tata.

Assieme a Aude Py ed Eddine Noël, i due registi e animatori condensano il romanzo e ne trasformano gli elementi biografici in suggestioni surreali, fantastiche, metafisiche che trasformano la realtà in magia per mostrare il modo in cui una bambina entra a contatto con le cose della vita, gli elementi della natura e i sentimenti: il titolo stesso del romanzo è esemplificativo, la metafisica dei tubi (nell’incipit, la voce fuori campo di Amélie paragona Dio stesso a un tubo) è il modo in cui a quotidianità entra in una dimensione fantastica.

Imparare ad amare, imparare a perdere

Questo lavoro sulle soglie percettive e sullo statuto dell’infanzia, sul punto di accesso alla conoscenza di un’infante è ciò che rende emozionante il film, soprattutto per merito della sensibilità di scrittura del contesto familiare, nell’importanza delle figure extra-genitoriali; ciò che però lo rende ancora più sorprendente è il lavoro sul disegno, il linguaggio filmico, l’animazione pura.

Han e Vallade lavorano per sintesi, arrivano alla forma del racconto eludendola sia con le immagini, che mostrano il percorso interiore più che le azioni, sia con le parole che non narrano, bensì ricamano sulla percezione, sul possesso del mondo e la scoperta della perdita, costruendo lo “sguardo” del film, un termine - e un tema - fondamentale fin dalle primissime battute.

Questo procedimento si esalta così nel pensiero grafico, visivo e animato del film, che anche qui riesce a sintetizzare le sfumature impressioniste dell’acquerello, la vivacità dei colori adatta alla prosa di Nothomb e la precisione nipponica del tratto, evidenziando una costante di questo 2025 animato, ossia il rapporto tra il cinema francese e i maestri nipponici, Studio Ghibli in primis.

L'animazione come sintesi di culture

Se La piccola Amélie si pone in maniera più organica e sottile al riguardo, nell’anno che sta finendo abbiamo visto due bei film che hanno ragionato sull’influenza che il cinema d’animazione giapponese ha globalmente: uno è Scirocco, diretto da Benoît Chieux con la sceneggiatura di Alain Gagnol (tra i migliori cineasti d’animazione europei), esplicitamente miyazakiano, l’altro è Arco, ancora inedito in Italia, con cui Ugo Bienvenu ha invece reso un tributo ad Osamu Tezuka, restando sempre sulle corde intimiste che risuonano sempre intonate quando a suonarle sono gli autori dell’esagono.

Quest’ultimo film condivide poi con La piccola Amèlie la candidatura all’EFA (il principale premio di cinema europeo) e ai Golden Globes, con vista Oscar. È questione di talenti e di scuole, ma anche di attenzione industriale, ma dubitiamo in Italia ci sentano da quell’orecchio.

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