La sedia della felicità, la recensione
L'ultimo film di Carlo Mazzacurati è forse uno dei più curati e interessanti della sua filmografia. Lontano dal mito della bontà umana e vicino alla cattiveria della commedia spagnola...
Ci si è messo il dio dei luoghi comuni a far sì che l'ultimo film di Carlo Mazzacurati fosse una delle sue opere più interessanti.
Si racconta di tre personaggi mossi unicamente dall'avidità, dal desiderio di mettere le mani sulla fortuna che una neodefunta in punto di morte ha rivelato essere dentro una sedia. Le sedie però in realtà sono 7, identiche, tutte vendute ad un'asta a persone diverse. I 3 partono alla ricerca di quella contenente la fortuna. Uno dei 3 è un prete.
Già dalla sinossi è evidente quanto siamo lontani dalla consuetudine nostrana, dall'acquietante gelo delle solite figure e dei soliti meccanismi, dall'inseguimento di infinite variazioni dello stesso mal di vivere e ciò nonostante lo schema di caccia al tesoro di La sedia della felicità sia esso stesso (in sè) un meccanismo abbastanza sfruttato. La becera avidità solo parzialmente stemperata dalle fatiche di un'economia in ginocchio, tira fuori il peggio da tutti e anche nel finale non assolve nessuno.
Non c'è infatti bisogno di arrivare al finale in cui un orso è palesemente interpretato da un uomo in costume per capire che in La sedia della felicità le ingenuità naive sono dichiarate così che possano prendere la piega del grottesco o del demenziale, basta anche solo la sequenza con il mago interpretato da Raoul Cremona o la geniale assurdità della televendita di quadri.
Contrariamente a quello cui ci aveva abituato finalmente Mazzacurati sembra curare i dettagli che servono e non quelli più inutili. Non si adopera cioè soltanto nei costumi assurdi di Natalino Balasso o del già citato Cremona, ma caratterizza la protagonista Isabella Ragonese con una dolce e adorabile burinaggine, una femminilità solo lievemente caricata che le danno un tono da persona vera allontanandola dal prototipo del personaggio di film italiano (categoria inesistente nella realtà, caratterizzata da uno stile indeterminato, elegante e alto borghese a prescindere dal reddito e dalla provenienza). Proprio come nei film veri.