La stranezza, la recensione
Perfetta rappresentazione del cinema nelle scuole, operazione di rilancio dell'identità nazionale in cui ognuno dà il peggio di sè
La recensione di La stranezza, il film di Roberto Andò nelle sale dal 27 ottobre
Senza girarci troppo intorno La stranezza è un film senza qualità dotato di un’idea di intrattenimento vecchissima, una che separa rigidamente i livelli di lettura e che non sa ridere (o anche solo sorridere) del contesto e delle figure ritratte ma gli affianca dei personaggi-macchietta, i buffoni che saltellano intorno al mostro sacro. Questo è il cinema delle scuole: quello che non si azzarda a toccare ciò che mette in scena, che non lo mette in discussione, che non lo contamina, rivede e ripensa, semmai lo racconta con dovizia di date, dettagli e realtà storica come un buon manuale. Un cinema innocuo, gentile e celebrativo che non ha un punto di vista personale, non ha un’idea di mondo di cinema stesso dentro di sé, ha solo trucchi di sceneggiatura per dare mordente ad una pagina di sussidiario.
Non poteva mancare Toni Servillo, impegnatissimo a recitare il ragionamento, la mente affilata e geniale dell’artista che registra, elabora e tramite tormenti personali trasforma in arte ciò che vive e lo circonda. Niente di nuovo. A deludere semmai è l’uso povero di Ficarra e Picone, chiamati a fare commedia leggera e rinunciare al loro tono comico. Lo stesso tono che, nei loro momenti migliori, contiene molta più cinica profondità intellettuale e senso della sovversione di quanto non si trovi qui, con la sordina, sotto una metaforica egida di Servillo/Pirandello, nume che benedice tutta l’operazione con il nome suo e del suo personaggio, così sovrapposti che non si sa dove finisca l’allure del primo e inizi quello del secondo.