L'Agenzia dei Bugiardi, la recensione
Tarato sulla pochade e concentrato su equivoci e scambi, L'Agenzia dei Bugiardi funziona quando comincia a correre
La storia è quella di un uomo traumatizzato dalla relazione disastrosa e infedele dei suoi genitori che apre un’agenzia che aiuta i bugiardi, gli costruisce gli alibi, crea finti sfondi, ha i costumi per impersonare comparse che avvalorano tesi menzognere incredibili, e così mantenere unite le coppie o fare la felicità di chi non ha il coraggio di dire la verità. Di spunti comici ce ne sono a valanga, così come di romantici, perché a lui accade di innamorarsi della figlia di uno dei suoi clienti peggiori, alla quale dovrà quindi mentire di continuo per non svelare la tragica infedeltà paterna.
Nelle mani di Bonifacci e De Biasi il film diventa una versione molto ben eseguita della pochade che noi tendiamo ad identificare con i segmenti di Christian De Sica dei film di Natale classici: infedeltà multiple, porte di hotel che si aprono e si chiudono, gente nascosta negli armadi, scuse iperboliche e coincidenze mostruose. Senza l’irredimibile cinismo di De Sica ma con la piacioneria di Giampaolo Morelli e la sublime medietà che porta Massimo Ghini, quello che poteva essere un cinepanettone fuori tempo massimo diventa invece la sua versione migliore, la sua declinazione più nobile, la dimostrazione di cosa possa essere quel modello se ci si iniettano idee e dialoghi vivaci, in una parola se lo si scrive bene.
Del film di Natale nostrano ha anche le storie parallele, come quelle di Ruffini e Herbert Ballerina, aiutanti dell’agenzia che orbitano attorno ai protagonisti. Peccato che il film non parta benissimo impostando male proprio questi due personaggi. Tutti spiegano se stessi a parole, si illustrano i reciproci problemi perché il pubblico li conosca, fino che non li abbiamo capiti e (finalmente) possiamo concentrarci sull’azione.