Lavoreremo da grandi, la recensione: Antonio Albanese e la commedia dell’occasione sprecata

Lavoreremo da grandi segna il ritorno di Albanese alla commedia grottesca, ma tra modelli nobili e attori sprecati resta il sapore dell’occasione mancata

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A mente calda viene subito da pensare che Lavoreremo da grandi, il nuovo film da regista di Antonio Albanese, sia un figlio di Le città di pianura, che in qualche modo resti in scia di quel successo indipendente e inaspettato per continuare a raccontare la provincia — il Nord Ovest anziché il Nord Est — in chiave umoristica: ci sono i personaggi nullafacenti di mezza età e i giovani dis-integrati, c’è l’alcol, c’è il desiderio di un riscatto forse impossibile.

In realtà, quando la mente si raffredda durante e dopo la visione, ci si accorge che Albanese ha in mente un altro modello, uno di quelli con cui ha cominciato a prendere sul serio la recitazione: Carlo Mazzacurati, grazie al quale ha ottenuto la nomination al David per Vesna va veloce. In particolare, il regista-attore sembra guardare all’esperienza de La lingua del santo, soprattutto per il versante noir-grottesco.

Una notte storta e un incidente di troppo: la trama di Lavoreremo da grandi

Lavoreremo da grandi, infatti, racconta di tre amici — Umberto (lo stesso Albanese), Beppe (Giuseppe Battiston) e Gigi (Nicola Rignanese) — che si riuniscono per festeggiare l’uscita dal carcere di Toni (Niccolò Ferrero). Durante la notte, però, mentre tornano a casa non proprio sobri, investono Matthias, uno degli abitanti del paesino in cui vivono. Comincia così un’avventura per nascondere un cadavere che, forse, non è un cadavere per nulla.

Assieme allo sceneggiatore Piero Guerrera, Albanese realizza una commedia stralunata ambientata nel Nord Ovest lacustre, su un gruppo di falliti che non cercano nemmeno il riscatto o la possibilità di riemergere dalle loro vite andate in malora (c’è il musicista fallito, l’idraulico umile e modesto, il truffatore carcerato e il nullafacente a cui la zia ha lasciato in eredità solo parrucche), ma che provano il brivido dell’imprevisto e della sfortuna. Sullo sfondo, una provincia sonnacchiosa e un’idiozia alcolica che, se fossimo più generosi, paragoneremmo ai fratelli Coen.

Il problema non è l’assenza di senso, ma l’assenza di regia

Solo che essere generosi con Lavoreremo da grandi è difficile, perché il film ha tutte le sembianze dell’occasione sprecata. Dopo Cento domeniche, con cui aveva cercato la via del cinema civile, Albanese torna alla commedia di caratteri a lui congeniale, fatta di personaggi quasi surreali, di situazioni che abitano il paradosso, di un gusto poco normato della risata. Solo che a questo mélange manca del tutto la regia: la direzione, l’obiettivo.

Non si tratta solo di aderire alla mancanza di scopo dei personaggi: il film dà costantemente l’impressione di non sapere come usare quei caratteri, quelle situazioni, quegli attori (ed è lo spreco più grave). Sembra indeciso su come costruire le gag, dare i tempi alle battute, montare una sequenza. E vedere uno chef fallire la specialità della casa mette addosso allo spettatore un senso di malinconia che con l’atmosfera del film non c’entra nulla.

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