Leoni, la recensione
Con un personaggio protagonista in grado di reggere un intero film Leoni è un esordio imperfetto ma promettente
Non ci sono struggenti storie d'amore o delicati ed intellettuali silenzi, non ci sono interni borghesi (ma anzi una divisione in nobili decaduti e resto del mondo che viene dalla commedia sofisticata), non ci sono realtà sconosciute, etnie dimenticate o vere comunità ritratte con piglio etnografico ma un ben più consueto Veneto cittadino. Soprattutto in quest'esordio non c'è una velleità intellettuale a guidare il progetto ma una solida commissione commerciale. Leoni è un film molto spinto dal fondo regionale della regione Veneto, realizzato grazie alla vittoria di un bando, insomma un'opera dalla committenza chiara ed ineludibile.
L'umanità che si muove intorno a lui però non è al suo livello. Nè il marito della sorella, poliziotto a cui viene rinfacciato di non essere alla sua altezza, nè la suddetta sorella succube o la madre inferma a letto o ancora il figlio dai sani principi o il sottobosco sessualmente attivo, nessuno è davvero un personaggio originale e completo come Gualtiero, pigramente sempre in pista, velleitariamente pronto a iniziare nuove imprese sigaro in bocca e sorriso malandrino.
Purtroppo però alla fine c'è poco da fare, nonostante le buone idee Leoni non è un film eccezionale, quanto più una buona promessa. Parolin e più bravo a scrivere e ideare un progetto che a dirigerlo, e forse proprio per il suo non essere in grado di mettere davvero a frutto il mondo che gira intorno a Neri Marcorè, si lascia sfuggire anche la possibilità più succosa, quella di mettere davvero a confronto il mondo presente (del figlio di Gualtiero che entra ed esce dalle inquadrature sempre indaffarato a guadagnarsi il suo futuro) con quello passato del protagonista, sempre intento a chiedere aiuti ed aiutini fino a dover ingannare per sopravvivere nella congiuntura contemporanea.