L'Estranea, la recensione: Paolo Strippoli si conferma il giovane miracolo del cinema di genere italiano
Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, L’Estranea conferma il talento di Paolo Strippoli, grande speranza per un cinema di genere italiano di qualità fatto di (e da) veri appassionati.
Dopo il grande successo internazionale de La Valle dei Sorrisi (2025), il cui debutto era stato proprio alla Mostra del Cinema di Venezia nel fuori concorso, era solo questione di tempo prima che Paolo Strippoli arrivasse a competere per il Leone d'Oro. Lo fa, a un solo anno di distanza, con L'Estranea, la sua opera più matura, che vede come protagonista una madre disposta a tutto per il bene dei suoi figli, persino a dare vita a una spirale diabolica a causa di una donna misteriosa.
Una spirale di ricatti affettivi
Il film segue Anna Colonna, interpretata da una Jasmine Trinca, un personaggio lontano da ogni retorica materna consolatoria, che dopo vent’anni di silenzio si presenta a casa della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) per confessarle la verità su un patto stretto da giovane con una donna sconosciuta, la stessa che dà il titolo al film e che porta il volto di una ambigua e magnetica Valeria Bruni Tedeschi.
La narrazione, divisa in quattro capitoli intitolati la figlia, il figlio, il padre, la madre, e ambientata a partire dal 1999, adotta la spirale come geometria strutturale, con ogni capitolo più breve e concitato del precedente, mentre ogni scelta di Anna la riporta ostinatamente al punto di origine. Perfetto escamotage per raccontare il cuore pulsante del film, la frase “l'ho fatto per voi”, quel classico ricatto affettivo con cui i genitori ostentano i propri sacrifici, lasciandoci col dubbio se quei sacrifici siano stati fatti davvero per i figli, o piuttosto per proteggere uno status quo che nessuno ha il coraggio di mettere in discussione.
La Bari di fine millennio e la borghesia di plastica
Strippoli ambienta questa tragedia familiare in una Bari di fine anni novanta ricostruita con la cura e veridicità di chi quegli ambienti li ha realmente vissuti a suo modo, popolata da una falsa borghesia decaduta, arricchita e frustrata, che riversa sui figli tutto ciò che non è riuscita a diventare, attraverso un’educazione fatta di schiaffi e di perfezione plastica. È un mondo in cui una figlia con una disabilità fisica sembra un problema più grande di un figlio a rischio infarto, in cui un figlio in sovrappeso diventa motivo di vergogna, in cui la povertà fa più paura della morte stessa, tutto dominato da un “cosa diranno di me” che resta una forma di paranoia sociale ancora fin troppo riconoscibile nella nostra contemporaneità.
Con L’Estranea Strippoli esplora come la famiglia tradizionale funzioni da specchio in miniatura di quella stessa società esterna, senza attaccare la famiglia nel senso generale del termine, ma quel tipo di famiglia che antepone sempre il giudizio del mondo a ciò che accade davvero al proprio interno.
Il peso ereditato dai millennials
La pellicola sembra suggerire che la nostra generazione, quella dei millennials, sia condannata a diventare il frutto dei traumi irrisolti dei propri genitori, finendo dallo psicologo proprio perché loro non ci sono mai andati, continuando così a pagare lo scotto di errori che non ci appartengono. Una battuta su tutte racchiude perfettamente questo cortocircuito generazionale, quella in cui Alice rinfaccia alla madre di essere incapace di essere felice per gli altri, una frase che smonta in poche parole l'intera architettura di controllo su cui Anna ha costruito la propria esistenza.
Il sacro distorto e il bisogno dell'irrazionale
“Respira a fondo, respira piano, se chiudi gli occhi il male è lontano”, una frase che risuona nel film come uno scongiuro e che condensa perfettamente quella componente sacrale distorta già intravista in La Valle dei Sorrisi, il bisogno tutto umano di ricordarsi del divino solo quando siamo in difficoltà, di affidarci a un rituale quando la razionalità non basta più a proteggerci. Attraverso il personaggio ambiguo interpretato da Bruni Tedeschi, inizialmente presentata come una vecchia amica che propone ad Anna dilemmi a ogni passo, Strippoli mette in scena quella tendenza a spiegare le tragedie della vita attraverso il sovrannaturale, trovando nell'irrazionale una risposta a ciò che, quasi sempre, è semplicemente frutto delle scelte umane.
Il senso di colpa logorante di Anna, in fondo, non è altro che il bisogno di restare al centro di ogni cosa, di non perdere mai il controllo, un tema che lo stesso Strippoli ha ammesso essere la propria ossessione più grande, arrivando a dire di aver scelto di fare il regista proprio per l'illusione di poter plasmare la realtà.
Strippoli e il cinema di genere che serve alla propria generazione
Con Piove (2022), La Valle dei Sorrisi (2025) e ora L'Estranea (quella che lo stesso Strippoli ha scherzosamente ribattezzato la sua trilogia della pioggia) il regista dimostra una coerenza tematica rara nel panorama italiano, ovvero usare il cinema di genere come strumento per raccontare le urgenze della propria generazione, esattamente come all'estero autori come Curry Barker, il regista di Obsession (2026), hanno fatto.
Una perseveranza che merita di essere riconosciuta, tanto più in un contesto come quello italiano dove, come lo stesso Strippoli ha fatto più volte notare, un regista di cinquant'anni viene ancora definito giovanissimo, un problema che racconta molto di quanto poco spazio venga lasciato allo sguardo di chi ha trent'anni.
L’Estranea è una tragedia nel senso più aristotelico del termine, suscita pietà, terrore e ci conduce verso la catarsi, confermando che il cinema di genere italiano ha finalmente trovato nel giovane cineasta pugliese la voce più coerente e necessaria della propria generazione.