FILM

Look Back, la recensione: la ferocia emotiva di Fujimoto tradotta nella poetica onirica di Koreeda

Dilatandone con delicatezza le sfumature più emotive, tanto da farla sembrare una storia scritta di proprio pugno, il regista Kore'eda Hirokazu adatta fedelmente il manga Look Back di Fujimoto in una pellicola delicata, dolce e dolorosa. Tra i migliori film del concorso di Venezia.

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Look Back arriva alla Mostra del Cinema di Venezia esattamente due anni dopo il film animato di Kiyotaka Oshiyama prodotto da Studio Durian, tratto dall’omonima opera di Fujimoto Tatsuki, e questa volta a dirigerlo è Hirokazu Kore'eda, che sposta il racconto dal segno in movimento ai corpi reali di Natsuki Deguchi e Aju Makita. Se l’anime trasformava il tratto della matita di Fujimoto in materia viva, muovendosi e respirando sullo schermo, la versione di Kore'eda rende quella stessa tensione creativa senza il filtro del disegno, affidandola per intero alla recitazione, ai corpi delle due attrici, alla luce naturale che entra dalle finestre di una casa di provincia, delle stagioni che si alterano e che possiamo percepire sulla nostra stessa pelle, rabbrividendo o sudando, restituendo a Fujino e Kyomoto una tangibilità fotografica che rende la loro amicizia, le loro speranze e sogni, anche la loro solitudine e dolore, ancora più vicine, meno mediate dalla stilizzazione del disegno. Questo Look Back, infatti, non è un adattamento che intende sostituirsi al precedente né superarlo, così come l’anime non aveva la pretesa di sostituire il manga, e non è nemmeno una mera copia carbone priva di anima, ma piuttosto un terzo sguardo sulla stessa ferita, dimostrando quanto una singola storia possa rimanere universale a prescindere dal linguaggio che la racconta.

La regia si prende il tempo necessario per esplorare il rapporto tra le due protagoniste fin dall'infanzia, nato grazie a delle strisce ironiche che Fujino disegnava per il giornalino della scuola, costellando la pellicola di quei piccoli momenti apparentemente insignificanti ma che finiscono per costruire l'intera storia. Le emozioni passano spesso attraverso i gesti e le espressioni più che attraverso le parole, lavorando non di rado in sottrazione, nel silenzio, prima di accompagnare le due ragazze con sottofondi delicati e una macchina da presa che le abbraccia senza mai risultare invadente, lasciandoci scivolare in punta di piedi dentro il loro mondo. Anche la struttura temporale, che nel manga procede per salti e sovrapposizioni, tornando costantemente indietro su momenti già vissuti per caricarli di un significato nuovo, trova nel film un equivalente visivo fatto di dissolvenze e ritorni, un guardarsi indietro che è insieme titolo, struttura narrativa e imperativo morale rivolto allo spettatore.

Dal surrealismo di Fujimoto alla poetica onirica di Kore'eda

Una scena di Look Back - ©Lucky Red

Sembra quasi fosse scritto nel destino l’incontro tra Kore'eda e il mangaka Fujimoto, perché il regista giapponese, conosciuto per un cinema intimo che torna costantemente sul lutto, sulla perdita, sulla memoria e sul senso di colpa, trova in Look Back materiale che sembra scritto apposta per lui, anzi, che a tratti sembra averlo scritto lui stesso. Kore'eda dialoga con il manga originale con una fedeltà quasi assoluta, senza aggiungere dettagli né inventare informazioni sulle due protagoniste, ma concedendosi di indugiare dolcemente sulle loro emozioni, dilatando alcuni momenti di leggerezza, sospensione e dolore senza mai appesantire il racconto che, di base, è più spigoloso di quanto si possa pensare – almeno se non siete “frequentatori” delle opere del sensei Fujimoto.

Rispetto alle lunghe serializzazioni per cui Fujimoto è più conosciuto, come Fire Punch o Chainsaw Man, Look Back è una one-shot delicata, un po’ surreale, apparentemente semplice, ma capace comunque di quella ferocia emotiva che è ormai la sua firma. Fujimoto non è mai davvero contento finché non ci ha traumatizzati almeno una volta, colpendo quando meno ce lo si aspetta, quando farà più male e la guardia è ormai abbassata, caratteristica mantenuta anche nel film ma semplicemente filtrata attraverso un registro molto più favolistico. Kore'eda comprende perfettamente questo intendo e lo fa proprio, dando indietro un film che non parla mai di negatività quanto piuttosto della vita che, semplicemente, accade, e di cosa quell'accadere possa insegnarci sul senso stesso di fare arte, della condivisione, dell’amicizia e anche del bisogno che abbiamo degli altri.

“Perché disegni manga, Fujino?”

Il cuore tematico di Look Back vive nella domanda che attraversa silenziosamente ogni sua inquadratura: cosa spinge Fujino a inseguire una carriera da mangaka pur avendo sempre sostenuto che i manga siano meglio leggerli piuttosto che disegnarli. La risposta ci arriva da Kyomoto – anche se forse dovremmo dire che la risposta è Kyomoto – e la sua passione per il disegno nata proprio dalle strisce di Fujino, che diventa carburante reciproco, la magia e il divertimento della condivisione che spinge entrambe oltre i propri limiti personali. Tuttavia, dietro questa domanda, se ne nasconde un’altra, più dolorosa, quella sul senso stesso della creazione quando il prezzo da pagare per continuare a raccontare storie sembra insostenibile.

Look Back si interroga su cosa significhi restare fedeli alla propria vocazione anche quando la vita, con la sua imprevedibilità, sembra voler dimostrare che ogni sforzo sia vano, e trova la propria risposta non in una consolazione facile ma in un atto quasi di resistenza, cioè continuare comunque a disegnare, a raccontare, a credere che una storia possa arrivare a qualcuno anche quando chi l’ha ispirata non potrà più leggerla ma, al suo posto, ci sarà comunque qualcun altro. Una riflessione riguardante tanto il fare arte quanto il sopravvivere a chi non c'è più, al convivere con l’assenza e la colpa, con il rimorso, guardandosi indietro, perché ogni tratto di matita finisce per diventare anche un modo per tenere in vita un legame, una promessa fatta a chi ci ha creduto dal principio.

Due interpreti complementari

Una scena di Look Back - ©Lucky Red

Unendo le sillabe iniziali di Fujino e quelle finali di Kyomoto si ottiene Fujimoto, come se l'autore avesse voluto scomporre sé stesso in due metà complementari, l’ambizione sfrontata di una e la fragilità introversa dell’altra, per poi farle dialogare sulla pagina. Perché rivelo questa piccola curiosità proprio ora? Perché Kore'eda lavora molto, dal punto di vista dei sensi e visivo, sulla natura dei caratteri opposti delle ragazze, senza forzarli troppo in una lettura troppo esplicita. Il merito, però, non è di certo solo suo. Le interpreti sono essenziali, così come straordinarie, tanto nelle versioni bambine quanto in quelle adolescenti delle due protagoniste, con un picco di intensità proprio in quest'ultima fase del racconto. Natsuki Deguchi incarna alla perfezione la spensieratezza e l'allegria contagiosa di Fujino, quella forza trascinatrice che coinvolge chiunque le stia accanto, proprio come accadrà a Kyomoto.

Con altrettanta precisione Aju Makita rappresenta la timidezza estrema di quest'ultima, la sua malinconia fatta di piccoli tremori, di quelle mani sfregate e messe sulle orecchie alla ricerca del suono del mare, della volontà di provare a farcela da sola, pur sapendo di doverlo, in fondo, proprio a Fujino, mentre quest'ultima trova nella fiducia di Kyomoto lo stimolo per prendere finalmente sul serio la propria vocazione. Insieme alle più giovani Furi Nanase (Fujino bambina) e Rokka Okada (Kyomoto bambina) scaldano il cuore, fanno provare l’emozione di librarsi nell’aria proprio come sul finale, di correre sul bagno asciuga o di affrontare una tormenta di neve per comprare il numero di JUMP su cui è stata pubblicata la loro prima storia. Rendono ancora più tangibili e reali quell’emotività che Fujimoto aveva già saputo imprimere su carta, facendoci sentire completamente preda delle nostre emozioni più fragili, più semplici.

Una ferita aperta

Look Back è anche una storia sul coraggio e sull'inseguire i propri sogni, oltre che un piccolo omaggio a Fujimoto stesso, la cui passione per il cinema riaffiora in alcuni riferimenti disseminati lungo il racconto. Kore'eda dedica spazio anche al processo creativo, al lavoro manuale che si nasconde dietro un manga disegnato in analogico, piccoli dettagli per dare respiro a un’opera dolorosa e meravigliosa e che trova nella poetica intimista del regista giapponese il massimo della sua perfezione.

Proprio come il manga da cui nasce, anche il Look Back di Kore'eda è un film che lascia tracce, lacrime, segni da cui è difficile tornare indietro, guarire, una ferita che continuerà a sanguinare anche quando, come succede a Fujino, la vita sarà costretta ad andare avanti. Fujino e Kyomoto si sono influenzate a vicenda, l'una credendo nell'altra fino in fondo, in un sentimento di fiducia così puro in cui si nasconde il cuore più vero del film. Anche il dolore qui è poesia, scivolando dentro il senso di perdita, vuoto e colpa di Fujino senza mai cedere alla pornografia del dolore. Ciò che colpisce più a fondo non è tanto l'evento in sé, quanto l'essere messi di fronte all'imprevedibilità della vita e alla sua natura fragile ed effimera, una consapevolezza che arriva dritta, senza filtri consolatori.

Guardarsi indietro, in Look Back, non significa essere prigionieri del passato, ma trovare il coraggio di attraversarlo di nuovo per capire cosa, di quel passato, meriti ancora di essere portato avanti.

Look Back sarà nei nostri cinema prossimamente con Lucky Red.

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