Loro 2, la recensione
Loro 2 chiude la parabola dell'ultimo Berlusconi rivelando la sua vera natura di film sul declino di un potente che non lo accetta, visto con un'umanità inedita
Quella di Loro, che era partita come la storia di un periodo storico in cui in Italia il connubio tra sesso e politica è arrivato a vertici inusitati, è in realtà la storia di un uomo incredibilmente vitale che per questo ha conquistato tanto e che, come in Youth, è al tramonto di una vita larghissima. Silvio cerca di lottare contro l’invecchiamento e la perdita di quella stessa vitalità con cui lui identifica se stesso. E questa è la parte pazzesca di un film con un'anima forte e umanissima, che tra alti e bassi alla fine scava una nicchia nello spettatore, non per l'attenzione all'attualità o per il commento alla politica, ma per la partecipazione evidente di Sorrentino e Contarello agli abissi che mettono in scena: la paura di scomparire, il terrore di una vita di memorie e basta, la fine della parte vitale dell'esistenza.
Questo potente potentissimo che non accetta il declino, e proprio per questa ragione si perde (paradossalmente tornando però ai vertici), che non chiama Mike Bongiorno, l’amico di una vita, perché Mike ha solo ricordi dietro di sé e lui vuole invece avere un futuro davanti a sé, è un piccolo mostro dentro il quale Sorrentino e Contarello entrano come in Manhunter, con una totale immedesimazione con l’oggetto della caccia. I due capiscono così tanto Berlusconi da essere partecipi del suo desiderio di non morire dentro, di non essere vecchio, di continuare a piacere, continuare a essere il proprio mito, di esagerare con donne e feste per scacciare il declino. Nel loro Berlusconi c'è una pulsione così forte verso la vitalità che è impossibile non condividerla, la lotta umanissima per non tramontare personalmente in un uomo che identifica il personale con il pubblico. Questa lotta egoista distrugge senza remore e senza empatia tutto quello che è intorno a lui: Veronica, Mike, gli amici, i politici e tutta la corte di miracoli che con le feste sperava di svoltare nella vita.
E proprio qui c’è l’ultimo grande tentativo, quello più fallimentare, di un film che alterna (come troppo spesso capita a Sorrentino) il sublime con il raccogliticcio, l’elevato e riuscito con il posticcio e il puerile. Come già in Il Divo, Sorrentino ha l’ambizione di demistificare una figura gigante su cui esiste già una chiara mitologia. Di Andreotti voleva cancellare l’idea di uomo intelligentissimo e al suo posto fondare una mitologia vampiresca e ombrosa. Con Berlusconi vuole cancellare la sua narrazione, quella del grande imprenditore vincente, e creare quella del gaudente e vitale, del venditore ovvero “l’uomo più solo del mondo perché parla sempre, senza ascoltare” (come gli dice Ennio Doris, interpretato sempre da Servillo in un’idea geniale di moltiplicazione di Berlusconi nei suoi collaboratori) infelice anche se finalmente al governo.