L'Uomo sul Treno, la recensione
Uno dei migliori film del Liam Neeson d'azione, L'Uomo Sul Treno sceglie di ingaggiare l'intelletto quanto il fisico a partire da una grande introduzione
È evidente nell’attacco della storia, in cui in una serie di ellissi che comunicano tra di loro vediamo la vita del protagonista, diverse mattine fatte di diverse sveglie, diverse colazioni, diverse uscite di casa e diversi arrivi alla stazione del treno. Fa sempre la stessa cosa ma invece di mostrarla come una routine monotona e grigia, troppo simile, la mostra come una vita dinamica in cui si ride o si è arrabbiati, si scherza alle volte e si è preoccupati in altre. Una vita che non si vuole perdere, una famiglia a cui essere attaccati. Questo gli dà modo, mentre ci mostra che vita faccia il protagonista, di introdurre il fatto che la famiglia non è particolarmente agiata e soprattutto che proprio lui ha un rapporto molto stretto con il figlio, grazie ad un’intelligente trovata che riguarda i libri.
La sceneggiatura degli esordienti Byron Willinger e Philip De Blasi (coadiuvati dal più navigato Ryan Engle) non fa una grinza, gioca sul classico hitchcockiano dell’uomo comune attirato in circostanze straordinarie da qualcuno di più smaliziato di lui, è precisa con gli snodi (anche il bisogno di denaro è reso molto bene) e si distacca da questo modello non appena è ora di lanciare il treno ad altissime velocità e lasciare che Liam Neeson faccia Liam Neeson.
È proprio in quest’unione tra una scrittura di ferro tutta tesa verso la solidità del film, e una regia che si dedica ad una serie di passaggi meno convenzionali del solito, che L’Uomo sul Treno riesce a compiere la sua missione: essere un classico della tradizione del cinema di treno (in cui si muore, si ha poco tempo e c’è sempre un momento in cui si rischia di finire fuori) e anche un film pienamente unico e moderno.