L’uovo dell’angelo, la recensione: il capolavoro di Oshii e Amano si prende il grande schermo

Il restauro 4K di Tokuma Shoten per i 40 anni dall’uscita riporta al pubblico un’opera tra le più enigmatiche dell’animazione giapponese.

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Prendiamo l’immaginario cyberpunk-biblico del film, tutto conteso tra Morte e Rinascita, come una domanda. Cosa muore, e cosa può rinascere dalla nuova distribuzione di L’uovo dell’angelo da parte di Tokuma (da noi Lucky Red)? Muore, inutile dirlo, una certa filologia oltranzista. Il film di Oshii su grande schermo non ci torna: non c’era mai stato. Non solo in Italia ma nemmeno in patria, dove ebbe giusto una piccola distribuzione d’essai, o nei mercati più ricettivi all’anime come gli USA. 

Questo aspetto apparentemente aproblematico - una distribuzione su larga scala corregge il torto di un’uscita straight to video che aveva condannato il film all’invisibilità – in realtà non è innocuo rispetto alla mistica di un’opera del genere. Vale per i film quello che vale per gli animali “criptidi” (uno dei quali protagonista di sequenze stupende nel film di Oshii): finché si conosce la loro esistenza solo da pochi avvistamenti, prima che la scienza/il canone si accorga di loro, restano avvolti da un alone leggendario.

È l’eterno dualismo tra capolavoro (riconosciuto da tutti, ovunque) e culto (per pochi, gli iniziati), dove L’uovo dell’angelo finora occupava fieramente la seconda posizione. Con la riedizione il gap tra pubblico e film che negli anni ha contribuito alla sua reputazione può dirsi colmato. Non è inutile o masturbatorio riflettere, anche malinconicamente, su cosa ciò comporti per il suo status culturale. Ma se oggi in un certo senso muore un cult, quello che spiega le ali dal suo guscio è senza dubbio un capolavoro.

La bambina

C’è una giustizia poetica nel fatto che la sala reclami per sé L’uovo dell’angelo. Un film che agli estimatori, anche a ragione, è spesso venuto naturale inquadrare in termini di “arte”, come se parlare di cinema fosse riduttivo per un’opera così estetizzante e antinarrativa. L’uovo dell’angelo è quindi design (quello inconfondibile di Yoshitaka Amano, coautore a tutti gli effetti) è pittura (dai paesaggi astratti della Metafisica ai loop spiraliformi di Escher, fino al surrealismo biomeccanico di H.R. Giger) ed è musica, per le struggenti aperture neoromantic di Yoshihiro Kanno e per una certa “irrazionalità” emotiva e destrutturata delle immagini.

Opera d’arte totale insomma, proprio come il cinema, confinata al piccolo schermo dell’home video. Ma quello che forse si è notato meno, distratti da quest’abbondanza estetica e dal denso impianto allegorico del film, è proprio il lavoro registico di Oshii, che nel visualizzare il suo mondo post-apocalittico imbastisce una partitura visiva intricatissima, costringendo lo sguardo spettatoriale a una serie di contorsioni spaziali e logiche. 

L'astronave

Come a voler creare delle interferenze nel nostro spazio di visione l’inquadratura balza da un lato all’altro dello spazio scenico, a volte con poca o nessuna soluzione di continuità, obbligandoci a cambiare prospettiva su ciò che vediamo. In più Oshii e Amano giocano sulla confusione generata dalle superfici: acqua, specchi, vetrate e infissi di finestre distorcono il piano visivo mettendo in discussione la nostra presa sul reale, non per sottrarcelo ma per ottenere effetti di sinestesia: dopo aver visto la sagoma di un albero diventare indistinguibile dal suo riflesso in acqua (sovrapponendo mondo emerso e mondo sommerso) risulta quasi logica la clamorosa sequenza in cui misteriose figure vanno a pesca delle ombre di giganteschi celacanti nello scenario urbano di una città est-europea in rovina.

È in questa rifondazione dello sguardo, allenato a vedere diversamente finché l’impossibile diventa possibile, che sta lo spirito utopico al cuore della distopia di Oshii; non a caso la gigantesca astronave che fa le veci dell’Arca di Noè (il veicolo che simboleggia la speranza dell’umanità di sottrarsi all’abisso morale in cui è sprofondata, tra guerre e catastrofi ecologiche) ha la forma di un gigantesco occhio. Malgrado il suo intenso pessimismo L’uovo dell’angelo è anche un inno al potere rifondativo dell’immaginazione, dove la meraviglia dell’assurdo diventa come per magia la meraviglia del possibile. Uno sprone a cercare, anche sotto il Diluvio, qualche goccia di utopia.

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