Manifesto, la recensione
Fondato sulla parola e la recitazione, Manifesto è un film che sorprende per la scelta delle immagini e l'uso di costumi, location e casting
È questo quello che costituisce Manifesto: un fallimento fantastico da guardare.
Chiaramente al centro di tutto c’è Cate Blanchett e il suo virtuosismo di vestire 13 panni diversi, 13 personaggi differenti in 13 situazioni differenti, con 13 accenti, parlate e cadenze diverse che recitano (magnificamente, c’era davvero bisogno di precisarlo?) i suddetti manifesti. Ma forse il trasformismo e il sollucchero attoriale di una delle migliori attrici viventi è il livello più epidermico del piacere fornito da Manifesto.
Quello più profondo (e che rimane addosso più a lungo dopo la visione) è la capacità di associare quelle frasi e quelle idee che esse esprimono a contesti diversi. L’anticapitalismo recitato da un barbone che apre il film è l’associazione più diretta, semplice e scontata ma già quella che segue, il manifesto futurista in bocca ad una broker, è più interessante e via via scienziati, donne in lutto, madri di famiglia timorate di Dio, annunciatrici e semplici lavoratrici, recitano concetti astratti che per la prima volta ci paiono concreti anche se con significati leggermente diversi.
Come detto all’inizio Manifesto è un fallimento, non riesce creare davvero un discorso di immagini intorno all’esaltazione della parola, ma magari tutti i film fallissero in questa maniera magnifica, così tecnica, raffinata, avvolgente e stranamente memorabile.