Mercy - Sotto Accusa, la recensione: un crime atipico sull'evoluzione dell'Intelligenza Artificiale

Il mondo di domani e una distopia alla luce del sole che fa riflettere: Timur Bekmambetov firma con Mercy una fotografia del futuro prossimo

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La filmografia di Timur Bekmambetov non si può certo definire particolarmente memorabile o invidiabile, però è di quelle dotate di tanto carattere. Non si potrebbe dire altrimenti per chi nel primo decennio degli anni Duemila salì alla ribalta con il dittico fantasy (per non dire trilogia mancata) I guardiani della notte/ I guardiani del giorno tra il 2004 e il 2006, per poi sbarcare a Hollywood nemmeno due anni dopo con Wanted – Scegli il tuo destino, con tanto di Angelina Jolie, Morgan Freeman e James McAvoy nel cast principale. 

In quel film, in un ruolo piccolo ma rilevante, c'era anche un giovanissimo e imberbe Chris Pratt che a quei tempi mai si sarebbe immaginato che un giorno sarebbe stato lui il protagonista di cartello di un film di Bekmambetov. Ebbene, diciotto anni dopo, quel giorno è infine arrivato e nella maniera più originale possibile, perché Mercy: Sotto Accusa, al cinema dal 22 gennaio con Sony Pictures e Eagle Pictures, si può definire tutto meno che un action canonico in termini di linguaggio e struttura narrativa. 

Legittimare il genere


Un'atipicità che se da una parte porta subito alla mente l'ultima vita al cinema de La guerra dei mondi, (s)cult per eccellenza della scorsa annata cinematografica così da generarne un pericoloso cocktail di aspettative malriposte, dall'altra, la firma Bekmambetov garantisce una certa continuità di rendimento in grado di smorzare anche le preoccupazioni dei cinefili più scettici. Non fosse altro perché la sostanza filmica di Mercy è la stessa di Unfriended, Searching e relativo stand-alone sequel Missing e in minor misura del videoludico Hardcore; tutti realizzati sotto l'egida produttiva di Bekmambetov che puntò su high-concept originali in modo da contenere i costi di produzione. 

Nulla di tutto questo riguarda, però, Mercy, per cui Amazon MGM Studios sembrerebbe abbia stanziato un budget non ben precisato in via ufficiale ma sicuramente parecchio sostanzioso a giudicare sia dal cast artistico, con Pratt accanto a Rebecca Ferguson e Annabelle Wallis, che quello tecnico con niente meno che Ramin Djawadi alla colonna sonora. In questo senso la scelta di un concept simile opportunamente ridisegnato secondo nuovi, più accattivanti e futuristici contorni narrativi è tutto meno che una scelta al risparmio. È una dichiarazione di volontà e intenti dall'ambizione nemmeno troppo velata a giudicare dai talenti in gioco: realizzare il capolavoro in grado di legittimare finalmente il genere agli occhi di Hollywood. 

Guardare al domani

E lo è, infatti – un capolavoro –, perché rispetto agli illustri precedenti Mercy è un film dall'identità meglio definita, più compatto e compiuto soprattutto per via delle tematiche che affronta. Bekmambetov getta, infatti, uno sguardo su un 2029 che se il cinema visualizzava come lontano, distopico e dalle fattezze apocalittiche tra Terminator e l'originale Ghost in the Shell, Mercy ci fa capire essere molto più vicino di quanto non potessimo immaginare. 

È questo mondo l'arena scenica, il nostro mondo, quello in cui viviamo e che ci proietta a tre anni da oggi in un'America repubblicana dove l'Intelligenza Artificiale si è talmente evoluta da essere stata messa non solo nelle condizioni da presiedere una corte virtuale in grado di prendere decisioni reali in soli novanta minuti, ma anche di averne piena consapevolezza. Un tempo che Bekmambetov tiene bene a mente visualizzandolo costantemente nel display dell'interfaccia dello schermo attraverso cui il Detective Chris Raven (Pratt) interagisce con il Giudice Maddox (Ferguson) in modo da renderlo effettivo e reale; o per dirla in altre parole fabula e intreccio coincidono in Mercy e in termini di gestione del ritmo e pathos scenico aiuta molto. 


Il punto è un altro però: vale davvero la pena realizzare film come Mercy? Perché il paradosso vuole che i suoi momenti migliori siano proprio quelli in cui Bekmambetov riesce a liberare il racconto di quella imbrigliata e rigida struttura che del concept dovrebbe essere la specialità e il tratto distintivo. La fisicità di Pratt e il talento di Ferguson – qui come non mai il fattore aggiunto – rendono tutto più piacevole e vivido, ma c'è di meglio là fuori a cui dedicare il proprio tempo.

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