La Mia Vita da Zucchina, la recensione
Dal character design fino alla narrazione tutto in La Mia Vita Da Zucchina è sotto la media, ma lo spirito ruffiano no, quello è oltre le stelle
Storia di formazione in un orfanotrofio di ragazzi speciali, pieni di problemi e in alcuni casi di traumi pesantissimi che però sdrammatizzano con ironia e simpatia. C’è il dramma sullo sfondo, nel passato o negato, ci sono le scene peggiori fuori schermo e c’è una grande trama di redenzione e salvezza attraverso l’impegno sociale a favore dell’innocenza. Niente di ciò che può interessare davvero un bambino e tutto quello che ad un folto pubblico piace pensare che possa piacere ai bambini.
Rifiutando categoricamente il movimento, il ritmo e la furia, cioè le caratteristiche tipiche dell’animazione nipponica e americana, La Mia Vita da Zucchina non trova mai un valido sostituto. La dote più potente che i cartoni (in 2D, CG e stop motion) hanno dimostrato di saper maneggiare, ovvero quella di parlare un linguaggio visivo dotato di ritmi, tempi e possibilità uniche, il film di Claude Barras la rigetta a favore di un tono autunnale che non ha mai il coraggio di essere tale fino in fondo, sfociando nella ruffianeria più becera non appena può.
Stupisce solo fino ad un certo punto che ad adattare la storia di Gilles Paris ci sia Cecile Sciamma, autrice di Diamante Nero e Tomboy.