Minority Report 1x01 "Pilot": la recensione
Sequel del film omonimo di Steven Spielberg, Minority Report è uno scontato poliziesco, dalla formula stanca e già vista
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Circa due minuti e mezzo di narrazione non sono un buon biglietto da visita per nessuna serie, e Minority Report non fa eccezione. Siamo nel 2065, dieci anni dopo lo smantellamento della sezione precrimine della polizia, una struttura che sfruttava le capacità sensoriali di tre fratelli in grado di avere visioni su omicidi del futuro. In seguito agli eventi del film la sezione veniva smentita nelle sue premesse di base – l'omicidio è inevitabile se non si interviene con l'arresto – e tutto l'apparato crollava, con conseguente rilascio dei prigionieri e isolamento in una località segreta e distante dei tre fratelli. Nel presente della serie il tema della sicurezza torna prepotentemente in discussione, e il mondo delle forze dell'ordine viene raccontato attraverso lo sguardo della poliziotta Lara Vega (Meagan Good).
Non bisogna essere dei precog per anticipare praticamente ogni step di questa storia. E non è tanto l'ambientazione o la ricostruzione il problema. Il film non era perfetto, ma Spielberg aveva portato avanti un lavoro immaginifico egregio ricreando il suo 2055. Per forza di cose qui tutto è meno scintillante e impressionante, ma non è un problema, e anzi è qui che si possono trovare le chicche migliori e più divertenti (la Fox che prende in giro se stessa immaginando i Simpson che arrivano alla 75esima stagione). E non è nemmeno la necessità di rimarcare costantemente il fatto che ci si trovi in una ambientazione futura (Tinder, le zanzare che dovrebbero essere estinte, il cibo spazzatura che ora è salutare).
Il vero problema è che, immaginando per un attimo di utilizzare la fantastica tecnologia della serie che permette di manipolare le immagini catturate dalle lenti a contatto, potremmo sollevare l'intero scheletro della serie e piazzarlo a nostro piacimento qua e là. Minority Report scompare, e rimane il solito procedurale con il collaboratore della polizia eccentrico (Dash sembra avere una caratterizzazione completamente sbagliata, e Stark Sands non aiuta) che fa coppia con la poliziotta tutta d'un pezzo, magari con un trauma pregresso. Nemmeno a parlare di quelle tematiche di fondo che correvano nel lungometraggio, come la giustezza o meno della punizione per qualcuno che, in effetti, ancora non aveva commesso nessun reato. Allora scomodare un titolo famoso diventa un esercizio fine a se stesso, che non trova un vero corrispettivo in una storia che potrà variare alcuni concetti di fondo, ma rimane l'ennesima e superficiale variazione su un tema sempre uguale.