Nome di Donna, la recensione
Svuotato completamente di ogni complessità, Nome di Donna è tutto teso verso la denuncia e dimentica di dare corpo alla storia invece di allineare dei fatti già masticati e digeriti
Per farlo racconta di una neo assunta in una casa di cura privata che viene avvicinata dallo stimato direttore e subisce delle avances che non si trasformano in altro perché lei fugge. Convocata il giorno dopo le viene fatto capire che “non è successo nulla”. In realtà le voci già corrono, già è odiata dalle altre sue colleghe e al minimo tentativo di alzare la testa e rivolgersi alla legge iniziano le ritorsioni, sia dell’azienda che delle sue pari. Qui poi partirà anche un piccolo momento da detective story abbastanza fuori tono con un testimone misterioso da andare a recuperare in vista di un grande processo. È uno scampolo di mistero pretestuoso in un oceano di fatti estremamente prevedibili che sottraggono al film il piacere primario della visione, cioè la tensione data dal non sapere cosa accadrà.
La ragione di questo sta tutta nella maniera in cui Nome di Donna rifiuti ogni forma di complessità. È così teso verso la sua tesi da rinunciare ad approfondire, anche poco, o a mettere in dubbio, anche poco, o ancora a comprendere i personaggi peggiori, anche poco. L’unico problema di tutti i coinvolti nella storia è il tema in oggetto, come se tutti vivessero per quello, e ognuno aderisce perfettamente alla propria parte come ci aspettiamo che faccia (la vittima coraggiosa, il fidanzato dubbioso, il capo stronzo, le altre vittime spaventate…). Ad ogni personaggio, e quindi poi alla vicenda, è stata sottratta quell’ambigua complessità che ci fa apparire vere le storie finte e ci fa appassionare a fatti che non sono stati già masticati e digeriti per noi ma che dobbiamo elaborare in prima persona.
Nome di Donna in buona sostanza è ambientato in un mondo che riconosciamo essere il nostro ma che suona sempre fasullo perché troppo semplice, in cui ogni decisione e ogni svolta sono così chiare e cristalline da apparirci come catechesi più che narrazione.