Normale, la recensione
Confuso nella scenografia e poi nella sceneggiatura, desideroso di essere più di quello che è Normale finisce per non essere niente
La recensione del film francese Normale, nelle sale italiane dal 12 ottobre
L’incastro della storia sta tutto nel fatto che lei sia impegnata su più fronti, figlia quando è a scuola (con tutti i problemi di una adolescente) e compagna quando è in casa, cioè adulta responsabile che bada al padre e deve assicurarsi che i servizi sociali non li separino. In mezzo ci sono i sentimenti, ovviamente, e un’immaginazione fervida che le fa inventare storie (ma tutte nella prima parte, poi questa caratteristica che sembrava fondante sparisce). Normale continua a cambiare e lanciare stimoli che non diventano mai archi narrativi, porta avanti a fatica la sua trama e sembra non avere idea di come chiudere le porte che ha aperto.
Non basta Benoit Poelvoorde (attore di grandissimo carisma comico ma molto più traballante sul drammatico) e non basta una cornice sofisticata. La maniera sfiancante in cui Normale sfiora, accenna e non approfondisce nulla non lo avvicina nemmeno al cinema più sempliciotto (stile La famiglia Belier) perché poi tutta una serie di ambizioni che si evincono dal look e dalla cornice non banale, dicono l’opposto. E anche quando nella seconda parte sembra di capire che voglia fare un racconto di outsider (anche il ragazzo che piace alla protagonista lo è), di come la società marginalizzi e renda la vita difficile a chi non si allinea con i suoi dettami, non crea mai quel senso di partecipazione a una famiglia di strani, ma anzi genera un po’ di repulsione.