Peppermint, la recensione
La recensione di Peppermint, il family revenge movie dal regista di Io Vi Troverò
La trama è semplice: una madre vede massacrati di fronte ai suoi occhi figlia e marito, sopravvive per miracolo ma una giustizia corrotta assolve i colpevoli e vorrebbe internare lei. Scappa, diventa una combattente di MMA e cinque anni dopo torna per fare giustizia, cioè una strage di criminali. È il family revenge movie classico con tutte le sue dolci implausibilità e le sue esplosioni di violenza piena d’affetto frustrato dal lutto.
Questo tipo di film nasce per mettere in scena la relazione tra l’uomo e il suo retaggio animale, cosa ci vuole per far scattare una persona normale facendo pressione sul ruolo ancestrale di protettore della famiglia. Siamo persone civili ma nelle giuste condizioni perdiamo ogni controllo. Sono film che mettono in scena una maniera primitiva di sfogare istinti giustizialisti ed essere il maschio della specie. Qui invece la protagonista è una donna eppure non c’è nulla che possa adattare la storia a questo cambio di sesso. E non è mai un buon segnale quando puoi far interpretare il protagonista ad una donna invece che ad un uomo senza toccare nemmeno una riga della sceneggiatura. Del resto i modelli migliori di azione al femminile hanno tutti conflitti adatti a sé, da Nikita a Katniss Everdeen, tutte donne che ragionano da donne con problemi da donne in un mondo in cui morire è un attimo.
Succede così che questo action movie generico (ma almeno molto violento) abbia al centro un essere senza sesso, che ha problemi universali e generici, buoni per tutti, così vaghi da non suonare mai concreti. E dire che invece la parte più interessante di questo momento del cinema sarebbe proprio la possibilità, tramite il nuovo ruolo della donna, di rivedere, evolvere e cambiare i generi consueti aprendoli a possibilità inedite.