Phantom Stalker Woman, la recensione
Phantom Stalker Woman è un racconto disturbante e dalle atmosfere angoscianti, sempre in bilico tra il thriller e l'horror vero e proprio
Classe 1971, ha iniziato a guardare i fumetti prima di leggerli. Ora è un lettore onnivoro anche se predilige fumetto italiano e manga. Scrive in terza persona non per arroganza ma sembrare serio.

Zashiki Onna, di Minetaro Mochizuki, vede le stampe per la prima volta nel 1993, serializzato da Kodansha sulla propria rivista Young Magazine. Viene quindi raccolto in un unico tankobon, che Star Comics pubblica in Italia dieci anni dopo come Phantom Stalker Woman – Incubo metropolitano.
La scelta di utilizzare solo la parte inglese del titolo per questa nuova edizione di Zashiki Onna risulta decisamente azzeccata per l’attualità del tema centrale della storia, che vede una misteriosa e inquietante donna perseguitare senza sosta il povero Hiroshi Mori, sconvolgendone la vita.
Mochizuki prende spunto per il suo soggetto da una nota figura del folclore nipponico, la kuchisake-onna, una donna terrificante, con una bocca enorme che (come suggerisce il nome) va da orecchio a orecchio sembrando un’orrenda spaccatura. L’autore attenua i tratti tipici di tale mostro non solo nelle fattezze ma anche nelle intenzioni, che nella versione più truculenta della tradizione divora addirittura le proprie vittime.
"Un racconto disturbante e dalle atmosfere angoscianti, sempre in bilico tra il thriller e l'horror vero e proprio."Phantom Stalker Woman è un racconto disturbante e dalle atmosfere angoscianti, sempre in bilico tra il thriller e l'horror vero e proprio. È emblematico di un momento particolarmente difficile del Giappone: l’inizio degli anni 90 del secolo scorso. È un periodo segnato da una profonda crisi economica che manda in frantumi ogni sicurezza di un popolo abituato a un diffuso ed elevato tenore di vita, a un tasso di criminalità esiguo, a una stabile armonia sociale e familiare.
Questa fragilità si riflette inevitabilmente nell’opera di Mochizuki, che non è la sola a intercettare questo malessere: del 1995 è il film più noto del regista Makoto Shinozaki, Okaeri (Welcome Home, 1995), che descrive la schizofrenia di una giovane donna, apparentemente equilibrata, che distrugge il proprio stabile rapporto di copia; due anni dopo è il manga Lovesick Dead (Hikari, 1997), del sensei Junji Ito, che incarna la disillusione e la paura nei confronti dell’amore e del futuro.
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