Pillion – Amore senza freni, la recensione: l’amore è un gioco, tra libertà e potere

L’insolito amore tra Harry Melling e Alexander Skarsgård è il cuore (BDSM) di Pillion – Amore senza freni, provocatoria rilettura delle convenzioni della commedia sentimentale

Condividi

In inglese – e a spiegarcelo è proprio Harry Lighton, che ha scritto e diretto il film con un controllo della messa in scena insolito per un esordiente – l’espressione “pillion” indica il posto del passeggero su una moto. Di più: nel gergo dei biker, pillion è sinonimo di passeggero. Ancora di più: nel modo di intendersi dei biker gay, quel posto riflette metaforicamente il concetto di sottomissione. Ecco: sottomissione è una delle parole chiave di Pillion – Amore senza freni, provocatoria e delicata rilettura del canone del cinema erotico e sentimentale, con Harry Melling e Alexander Skarsgård impegnati a ridefinire, in ottica BDSM, confini e prospettive delle rispettive identità sentimentali e sessuali. Passato in concorso a Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard (dove ha vinto il premio per la Miglior sceneggiatura), Pillion – Amore senza freni non è un soggetto originale, ma l’adattamento cinematografico del romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones.

Libertà e sottomissione, libertà nella sottomissione

Commedia romantica BDSM: l’acronimo si riferisce a un complesso gioco di pratiche relazionali basate su dominazione e sottomissione. A volte bisogna partire dalle etichette. Ed è ironico, perché è proprio sul terreno delle classificazioni pigre che Harry Lighton costruisce il tono, insieme ambiguo e limpido, del suo film. Pillion – Amore senza freni è una commedia sentimentale in cerca di una rinnovata purezza che, per arrivarci, tradisce (felicemente) sé stessa. È esattamente ciò che è lecito aspettarsi, date le premesse, e al tempo stesso una studiata contraddizione del modello. È, soprattutto, la storia d’amore di Ray e Colin.

Ray (Alexander Skarsgård) è un biker tutto d’un pezzo, di oltraggiosa bellezza, un dominatore nato. Colin (Harry Melling) è un insicuro che vive ancora con i genitori, ai margini della vita: il perfetto sottomesso. L’amore e il sesso BDSM che ne derivano, la “scandalosa” e dolcissima relazione che mette in apprensione i comprensivi genitori di Colin (Douglas Hodge e Lesley Sharp), diventano il paradosso di un’emancipazione in tre parti – esistenziale, sentimentale, sessuale – che passa attraverso la sottomissione. Lighton abbandona qualsiasi accenno di postura giudicante e, nell’equidistanza del suo sguardo, fissa l’ambiguità della situazione: il passo a due di Ray e Colin è salvifico e liberatorio, ma anche profondamente tossico. Tirare una linea di confine non è facile, e il film non ha alcuna intenzione di provarci.

Un film che cambia sempre, con due punti fermi

La sottomissione di Colin non è una strada a senso unico: esistono limiti anche alla più sfrenata devozione. Il punto di rottura nell’alchimia della coppia – il tentativo di Colin di costruire una relazione più equilibrata con un partner che non la prende bene – racconta bene il dinamismo del film. Pillion – Amore senza freni cambia continuamente registro (comico, drammatico, malinconico, tossico, liberatorio), pur dando l’impressione di restare sempre uguale a sé stesso. A dare coerenza al suo complesso nucleo tematico – l’esplorazione di sé attraverso il sesso, la riflessione sulle dinamiche di potere nella coppia, la costruzione dell’identità, la scoperta e la definizione delle regole del gioco e dell’amore – intervengono due elementi: uno formale, l’altro più carnale.

Da un lato c’è l’immagine, ricercata ma mai ostentata né compiaciuta, che Lighton orchestra con il direttore della fotografia Nick Morris. Dall’altro ci sono loro, Harry Melling e Alexander Skarsgård. Il film non tenta di conciliare le loro irriducibili differenze – di passo, di attitudine, estetiche – e trova la propria scintilla proprio nell’armonia degli opposti: il primo più basso e irregolare, l’altro altissimo e aderente ai canoni convenzionali di bellezza. Per un Harry Melling nervoso, insicuro, fragile ma grondante umanità, c’è l’autoironica, lievemente inquietante impassibilità di Skarsgård. L’accostamento degli opposti è forse l’unico momento in cui il film si ricorda di essere, a tutti gli effetti, una commedia sentimentale.

La commedia sentimentale ribalta sé stessa per tornare alle radici

Per il resto, Pillion – Amore senza freni mette in atto un’aggressione sistematica alle convenzioni di questo tipo di racconto. Al registro allusivo sostituisce un sesso irregolare e piuttosto esplicito. Alla leggerezza di tocco preferisce l’asprezza dei toni; all’equilibrio classico oppone la dialettica tra dominazione e passività. Se c’è emancipazione, passa per strade tossiche e solo in apparenza poco indipendenti. Perché il paradosso è proprio questo: ribadire la forza e la centralità dei generi erotico e sentimentale riscrivendone le convenzioni, per tornare alle radici – alla gioia, alla fatica, al duro lavoro e alla realizzazione di sé attraverso l’amore.

Il film ha una messa in scena solida, ma sotto la pelle cambia continuamente, ridiscutendo le regole del gioco mentre procede, proprio come il suo protagonista, Harry Melling. Pillion – Amore senza freni è sì un passo a due, ma appartiene soprattutto all’attore inglese.

Harry Lighton sa cosa vuole e come ottenerlo. Gira un film consapevole della posta in gioco e non fa nulla per nasconderlo, forse fin troppo esplicitamente. E il compromesso tra una durata contenuta (107 minuti) e un’esplorazione non del tutto approfondita del mondo dei biker queer e delle pratiche BDSM si avverte. Ma Pillion – Amore senza freni allarga lo sguardo sul genere sentimentale, nei codici espressivi, nella messa in scena delle dinamiche e nella rappresentazione – con il giusto piglio iconoclasta. Soprattutto, fa venire voglia di scoprire cosa riserverà il futuro al suo regista.

Continua a leggere su BadTaste