Point Break, la recensione
È facile immaginare che un remake di Point Break senza Kathryn Bigelow non abbia senso, lo stesso questa versione va più in là di qualsiasi sottovalutazione
È solo un esempio dei molti possibili che mostra quanto poco Point Break abbia richiesto in fase di scrittura, quanto non sia stata cura di nessuno mettere ordine, controllare o anche solo curare a dovere la narrazione, per non dire i personaggi.
Quel che accade fin dall’incidente iniziale, in cui senza un perché il protagonista non aiuta l’amico a non cadere in seguito ad uno stunt inutilmente più rischioso di tutto quel che poi si vedrà nel film e totalmente immotivato, ma cerca di salvarlo assieme a tutta la moto, è che Point Break avanza usando la sceneggiatura per motivare le sue scene e non viceversa: ci sono party su un transatlantico, ci sono i suddetti sport estremi (spesso bene ripresi, ma non sempre), ci sono alcuni inseguimenti all’acqua di rose e le scene d’amore ma non sono figli dell’intreccio, è semmai questo che viene piegato all’inverosimile per motivarle.
Bisognava capirlo dallo spirito che ha animato il casting, dalla presenza minima di Ray Winstone e del suo Pappas (non molto diverso da quello originale di Gary Busey ma semplicemente una meteora nel film di cui si fatica a comprendere la ragion d’esistere) o dalla presenza massiccia di donne femminili invece che androgine che l’idea era “sfruttare” Point Break e non “rifare” Point Break, che della dipendenza da adrenalina, di una forma complessa di sentimentalismo maschile, dello stordimento nell’avvicinarsi alla morte non importava nulla a nessuno della produzione.