Polar, la recensione
Fumettoso più nelle intenzioni che nella pratica, Polar vorrebbe fare ironia postmoderna ma non ne ha il gusto
Basato su un fumetto poi graphic novel, è un’operazione che finge solo di flirtare con lo stile fumettoso e in realtà mette in scena uno svolgimento paradossale per il proprio godimento che non coincide con quello del pubblico. La storia di vendetta e di un killer che vuole uscire dal giro ma il giro non vuole che lui si goda la pensione è già uno spunto con un buon equilibrio tra grottesco e violento, ma a Jonas Akerlund, il regista, non basta e carica ogni immagine, ogni momento e ogni scena d’azione saturando l’interesse già dopo le prime poche decine di minuti.
A giudicare dall’uso del sangue digitale e degli effetti sonori da horror, Polar dovrebbe trionfare proprio nel godimento di una violenza fasulla e da operetta ma non è mai supportato dal gusto che consente questo godimento, non trova mai il piacere visivo o anche solo l’ironia dell’assurdo. L’impressione è di ascoltare una barzelletta buona rovinata da qualcuno che non le sa raccontare.
A poco servono soluzioni debitrici ai videoclip dei primi anni 2000, tecnicamente anche ben eseguite, quando manca proprio il gusto. Le scelte visive di Polar sono brutte, pigre, già viste e allo stesso modo anche la sua ironia è da poco.