Venezia 70 - The police officer's wife, la recensione
Con un andamento non semplice che tuttavia non arricchisce ma solo appesantisce un film comunque poco interessante, Groning ha portato forse il peggior film della selezione...
Il ritorno di Philip Gröning, a 8 anni da Il grande silenzio, è un lungometraggio di finzione, centrato su un piccolo nucleo familiare, quello del poliziotto del titolo, composto da madre, padre e figlia piccola (circa 5-6 anni). Le loro giornate oscillano tra una calma e una quiete ordinarie e improvvisi scatti di rabbia del padre, che possono sconfinare in atti di disaffezione verso la bambina come in violenza immotivata contro la moglie.
La trama è in buona sostanza tutta qui (escluso l'evento che chiude il film), la cronaca di un legame stretto ma mortale, affettuoso e contemporaneamente violento, sia fisicamente che emotivamente.
Ma anche tollerando la fatica imposta allo spettatore dal regista, appare lo stesso fuori luogo una simile scelta di appesantimento (non migliora la comprensione, non enfatizza la storia, non introduce senso), soprattutto visto che i personaggi messi in piedi da The police officer's wife, di loro, già stentano ad appassionare. La storia di violenza domestica è infatti tanto meno appassionante quanto più è immotivata, l'idea della cattiveria contrapposta ai sentimenti positivi è indagata pochissimo e tutto sembra girare più dalle parti dell'umiliazione femminile (quella sì forte) che da quelle di un ritratto onesto e potente.
A mancare quindi è proprio un impianto narrativo, anche considerando la volontà di Gröning di non imbastire un intreccio vero e proprio. La capacità di generare curiosità e coinvolgimento con le parole, con le immagini o anche solo con il flusso degli eventi riguardo la messa in scena è un capitolo anche peggiore.