Primadonna, la recensione
La storia di Primadonna è la classica parabola di conquista di un diritto all'americana che però qui è ben sporcata dallo spirito italiano
La recensione di Primadonna, il film in sala dall'8 marzo
Quello che cambia e che rende tutto molto più nostro è semmai la lettura del presente. Ogni racconto del passato è fatto in funzione di una narrazione del presente e se nel cinema americano le storie di conquista di diritti hanno come sottotesto che tutto nella società può cambiare tramite l’ostinazione dei singoli, che l’eccezionalismo della popolazione americana e del suo sistema sta nel fatto che anche la corruzione o l’oscurantismo peggiori possono essere vinti dallo spirito indomabile di una persona o un gruppo, in Italia anche una vittoria ha il sapore della sconfitta. Primadonna racconta sì di un piccolo trionfo per gli standard dell’epoca ma fa molta attenzione a contaminarlo con l’amarezza che nulla cambi mai davvero, che una sentenza significhi poco. Non a caso poi molti dei termini, del linguaggio e delle accuse sono scritte e poste in modo da echeggiare nella testa dello spettatore polemiche contemporanee. Quello che ieri si voleva sconfiggere oggi è ancora vivo.
Se l’impostazione è a fuoco, meno lo è la messa in scena un po’ slavata e la ricostruzione d’epoca abbastanza ordinaria. Primadonna è più un film scritto correttamente che uno messo in scena con personalità, ricostruisce bene certi meccanismi (specialmente la maniera in cui il meccanismo del rapimento fosse così integrato da avere già scappatoie legali) ma poi si affida a immagini non proprio eccezionali, come il combattimento tra galli in un momento in cui gli uomini fanno squadra contro la donna. Soprattutto non volendo esagerare nel dipingere la sentenza finale come una vittoria, di fatto rifiuta la soddisfazione allo spettatore. Quando viene dichiarata la colpevolezza dei cattivi, non c’è vero senso del trionfo e vera liberazione della tensione accumulata, è poca, solo accennata. Che è la cosa più fastidiosa.