Quella casa nel bosco, la recensione
Il secondo film dell'anno firmato da Whedon (qui sceneggiatore) è il miglior horror della stagione e conferma il livello eccelso di maestria raggiunto dall'autore...
Dinamico e divertente, spaventoso e riflessivo, citazionista e innovatore, classico eppur (post)moderno.
Dietro la patina del cinema disimpegnato e divertente, Quella casa nel bosco si prende la briga di dire tante cose e di farlo controcorrente. Con un andamento che alterna momenti di forte prevedibilità ad altri di un titanismo e un'esagerazione tali da essere paragonabili ad un'iniezione di sangue altrui (ma buono) nel proprio corpo, la nuova rilettura dell'horror praticata dal creatore di Buffy è un modo per sconvolgere ogni clichè del genere senza farlo davvero.
I ragazzi prigionieri della casa nel bosco lo sono fisicamente (c'è un muro vero), le creature evocate ad arte sono evocate meccanicamente e via dicendo, ogni elemento del cinema dell'orrore trova una declinazione "ingegneristica e metodologica" che è la grande metafora della costruzione di un film. Si prende una protagonista e la si rende stupida, un protagonista e lo si stordisce con l'erba, altri due li manda a fare sesso con la scusa di un raggio di sole malandrino.
Gli autori horror hanno per anni sacrificato nei propri film ragazzi che bevono, fumano e fanno sesso, fino a che il compiere uno di questi atti non è diventato sinonimo di morte certa (come spiegava già Scream); per non rovinare il finale ci limiteremo a dire che qui il principio può sembrare lo stesso, ma non lo è.
Rilanciando sempre più in alto (fino ad una chiusa clamorosa per titanismo), Whedon conferma la sua abilità mostruosa nel maneggiare i diversi registri e i diversi toni di un film credibile in ogni suo piccolo anfratto. Un'opera che sa dare profondità alla bambina-zombie monca che si vede in tre scene, come a tutti i protagonisti, non cedendo un passo di fronte alle componenti fondamentali (sentimento-comicità-paura).