007 - Skyfall, la recensione [2]
In questo nuovo episodio diretto da Sam Mendes, James Bond torna alle sue origini, cambiando tutto...
Leggi la prima recensione, di Gabriele Niola
We will stand tall
Face it all together
At skyfall
L’eroe, inteso nel senso ellenico del termine, passa sempre attraverso tre fasi, il successo, la caduta e la resurrezione. Tutte e tre sono egualmente importanti e, anche solo saltandone una, si perde di vista l’intera traiettoria mentale che trasforma alcuni personaggi in icone culturali. Gli antichi lo sapevano bene e, infatti, da Omero in poi, qualsiasi narratore ha cercato di dare ai suoi protagonisti la giusta dose di successi e fallimenti, non spaventandosi neppure di fronte alle prove più dure.
L’agente Bond, dopo sessant’anni di avventure, Martini mescolati e non shakerati, abiti su misura e belle donne, sembrava - con l’interpretazione di Pierce Brosnan - ormai indirizzato verso il pensionamento. Un relitto del tempo che fu in un mondo ormai troppo disilluso. La nuova trilogia con protagonista Daniel Craig, invece, ha saputo trasformare la decadenza di un personaggio in una straordinaria narrativa crepuscolare, dove Bond prende sulle sue spalle la morte non solo fisica, ma anche morale e storica di un mondo che - a conti fatti - ha contribuito a costruire.
Tutti i cliché bondiani sono rispettati alla lettera, tuttavia solo il polso di un grande cineasta poteva rendere digeribile la presenza di un villain eccentrico e sopra le righe come Silva (Bardem, straordinario come sempre) senza scadere nel ridicolo, riuscendo addirittura a inserire uno scontro verbale fra Bond e la sua nemesi destinato a rimanere nella storia del personaggio, nonché a entrare nella top ten delle scene cult della saga, insieme alla Lotus subacquea di Roger Moore e al bikini di Ursula Andress.
007 - Skyfall inoltre, dimostra ancora una volta come autorialità e alti budget non siano necessariamente due concetti dicotomici. Insieme ai Batman di Christopher Nolan e al progetto Vendicatori di Marvel/Disney, questo nuovo 007 conferma lo stato di salute del grande cinema americano, quello che fa sognare, quello che quando esci dal cinema ti fa dire “vorrei essere James Bond”; l’arte sottile della fantasia, il motivo vero per cui - dai tempi dei fratelli Lumiere - la gente è disposta a passare due ore in una sala buia davanti a uno schermo, non è morta e nonostante i dubbi e le preoccupazioni dei nostri tempi, continua a portarci in sala perché, alla fine, i sogni sul grande schermo costano poco e, come in questo caso, sono molto belli.