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Resident Evil, la recensione: Zach Cregger “reinventa” il franchise con ironia e sangue

Zach Cregger dirige il nuovo Resident Evil, un reboot che abbandona i personaggi storici della saga per raccontare l'incubo di Raccoon City attraverso gli occhi di un uomo comune. Un mare di risate per un bagno di sangue!

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Dopo l'esalogia sgangherata e action di Paul W. S. Anderson con Milla Jovovich, il tentativo più fedele ma mal riuscito di Welcome to Raccoon City nel 2021 e la serie TV Netflix del 2022 partita bene ma finita peggio, diciamo che le trasposizioni del franchise di Resident Evil ci hanno abbondantemente mostrato segni di cedimento.

Dall’altra parte, la saga videoludica di Capcom ha continuato ad attraversare annate altalenanti, con un boost dettato inizialmente dal riuscitissimo remake di Resident Evil II, e la capacità cambiare pelle sottogenere dopo sottogenere, dall'azione più sfrenata al folklore rurale fino allo slasher più cupo con quella strizzata d'occhio dichiarata a Non aprite quella porta con Resident Evil VII. Cosa chiedere ancora, allora, a un franchise che sembra aver già detto tutto quello che poteva dire? Zach Cregger, reduce dai successi di Barbarian e Weapons, per questo nuovo Resident Evil, al cinema dal 17 Settembre con Sony Pictures, sceglie la strada più inaspettata e controversa possibile: distruggere direttamente lo status quo del franchise. E fa bene!

Bryan, l'eroe più ordinario mai visto in un Resident Evil

Una scena di Resident Evil - ©Sony Pictures Italia

La mossa vincente del film sta tutta nella scelta del protagonista. Cregger non si limita a spostare lo sguardo lontano dai volti storici della saga, azzerando anche una mitologia dei mostri completamente reinventata, ma sceglie di raccontare la storia attraverso Bryan, interpretato da Austin Abrams – diretto dallo stesso Zegger già in Weapons – la persona più normale che si possa immaginare.

Corriere medico sottopagato, costretto ad attraversare una tormenta di neve pur di guadagnare qualche soldo in più, con una relazione stabile ma tutt'altro che semplice e la notizia di una gravidanza in arrivo che lo terrorizza esattamente come terrorizzerebbe chiunque altro senza troppe prospettive davanti a sé, Bryan accetta un lavoro pagato il doppio pur di scappare, almeno per una notte, dai propri problemi. Ironia della sorte, si ritroverà davvero a dover scappare, questa volta per salvarsi la vita.

Parliamoci chiaro, chiunque di noi potrebbe essere Bryan; aver giocato per ore a uno sparatutto non ci renderebbe improvvisamente più capaci di maneggiare un'arma nella realtà. Bryan non usa mai l'astuzia o la strategia, solo puro panico e istinto di sopravvivenza, un impulso che lo porta a compiere scelte apparentemente assurde come lasciare un tombino aperto, sparare a un lucchetto invece che aprirlo con la chiave, esitare davanti a un vicolo buio, ma incredibilmente naturali per chiunque non sia un eroe d'azione.

Un horror che fa ridere? Sì (e va bene così!)

Una scena di Resident Evil - ©Sony Pictures Italia

Da questa caratterizzazione nasce il tono più sorprendente del film, dichiaratamente comico, quasi al pari di un survival horror in salsa L’alba dei morti dementi (Shaun of the Dead) di Edgar Wright. Zach Cregger, che porta con sé un background da sketch comedy in ogni scelta di montaggio, usa l'umorismo per amplificare la tensione anziché stemperarla, lasciando andare una battuta proprio nel momento in cui lo spettatore si aspetta uno spavento, così da coglierlo impreparato pochi secondi dopo con un jumpscare tutt'altro che scontato.

Nulla di nuovo per il regista statunitense, alla fine è un meccanismo già perfezionato in Weapons, qui applicato a un contesto action-horror con comunque qualche momento di autentico terrore lo regala, dimostrando quanto Cregger sappia calibrare i tempi comici senza mai sacrificare la paura vera e propria. Il risultato? Un film divertente, intrattenente e da rivedere subito dopo, qualità che mancava da tempo a un franchise arrivato a prendersi fin troppo sul serio.

L'anima videoludica senza citare il videogioco

Una scena di Resident Evil - ©Sony Pictures Italia

Uno degli aspetti più riusciti di questo Resident Evil è la capacità di restituire l'esperienza di un survival horror giocato per la prima volta, senza mai adattare direttamente la trama di un titolo specifico della saga Capcom. La struttura in tre atti, l'apertura in medias res su Bryan catapultato poco dopo tra gli zombies senza un'arma, la lotta per la sopravvivenza fino all'arrivo in un laboratorio dove sintetizzare l’antidoto, così come l’attacco del cane, la macchina da scrivere, il livellare delle armi man mano che film va avanti, sono tutti elementi che richiamano platealmente la grammatica videoludica della serie, mentre il nome stesso di Raccoon City e la presenza sullo sfondo della Umbrella Corporation restano quasi gli unici legami espliciti con il materiale originale.

Ora come ora questo è davvero il modo più intelligente per adattare un videogioco al cinema – che in questo caso di trasposizioni ne ha avute pure troppe – senza scimmiottarne pedissequamente la trama, cogliendo anzi lo spirito del franchise videoludico meglio di qualsiasi adattamento tentato finora.

Una resa intrigante (e qualche leggerezza)

Una scena di Resident Evil - ©Sony Pictures Italia

Sul fronte tecnico, la fotografia di Dariusz Wolski gioca un ruolo fondamentale nel restituire l'isolamento claustrofobico di una Raccoon City sepolta dalla neve, mentre il montaggio di Joe Murphy mantiene un ritmo serrato per l'intera durata di novantaquattro minuti, coadiuvato dalla colonna sonora dei fratelli Hays e Ryan Holladay. Il design delle creature, solo in parte debitore dell'iconografia classica della saga, si spinge in territori decisamente più selvaggi verso il finale, arrivando a suggerire paragoni bizzarri che testimoniano la volontà del regista di allontanarsi anche visivamente dal già visto.

Inoltre, va riconosciuto ad Austin Abrams un lavoro straordinario fatto su Bryan. Solo lui porta la stragrande maggioranza delle scene sulle proprie spalle – comprese quelle d’azione – per l'intera durata della pellicola, con un personaggio bonaccione, comico e patetico al tempo stesso, capace di generare empatia autentica proprio nella sua goffaggine. Una scommessa non di poco conto ma che tanto Abrams quanto Cregger possono portarsi a casa da vincitori.

L'unico vero neo del film arriva nell'ultimo atto, dove la scrittura perde smalto. Che Bryan sia un uomo ordinario, portato quasi all'estremo comico di una tenera idiozia, funziona perfettamente per tutto il film, ma risulta meno credibile che anche le poche persone incontrate lungo il cammino si comportino in modo ancora più sprovveduto di lui. Lì la sospensione dell'incredulità non basta più a coprire alcune ingenuità di scrittura e si rischia di venir catapultati completamente fuori dal film. Uno scivolone un po’ troppo da principiante e assolutamente evitabile bilanciando un po’ la caratterizzazione dei personaggi secondari.

Ha ancora senso chiamarlo "Resident Evil"?

Resta legittimo indubbiamente chiedersi che senso abbia chiamare Resident Evil un film che, di quel franchise, conserva ben poco sulla carta. È una domanda che si potrebbe estendere a molte altre operazioni recenti, pensiamo a La Mummia di Lee Cronin, dove il nome di un grande franchise sembra usato più come rete di sicurezza commerciale che come reale continuità narrativa, salvo poi costringere il film a confrontarsi comunque con quel peso specifico.

In questo caso, però, l'intento di Cregger sembra più genuino: restituire il senso di puro divertimento che un survival horror come Resident Evil può regalare, rendendolo accessibile anche a chi del videogioco non sa assolutamente nulla. Ce la fa? Dal nostro punto di vista, ce la fa eccome: anzi, il piccolo miracolo dietro questa operazione risiede proprio qui - e noi vi consigliamo caldamente di non perdervelo!

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