Return to Silent Hill, la recensione: uno sputo in faccia al materiale originale
Return to Silent Hill è la prova di come si possa fraintendere il capolavoro videoludico del 2001 riassunta in 106 minuti di film.
Inutile girarci attorno: Silent Hill 2, videogioco realizzato dal Team Silent e pubblicato nel 2001 da Konami, è un mostro sacro. Uno di quei titoli nati fuori dal proprio tempo, capaci di raccontare una storia tremendamente adulta con una lucidità impensabile per l’epoca. Un’opera che ancora oggi risulta incredibile e che, grazie al sapiente Remake sviluppato da Bloober Team nel 2024, ha saputo conquistare il pubblico moderno esattamente come quello di inizio anni Duemila. Silent Hill 2 una storia di violenza inflitta e autoinflitta. Un racconto del subconscio, che pesca dalla mente del suo protagonista per riflettere drammi e dolori reali, impattando sul giocatore con la forza di un uragano e lasciandolo senza fiato in più occasioni. Il tutto narrato attraverso il genere horror, ma con una delicatezza che mescola la sensibilità giapponese con toni quasi shakespeariani.
Nel 2006 Christophe Gans (Necronomicon, Il patto dei lupi) ha portato sul grande schermo l’adattamento del primo Silent Hill. Un adattamento che, forte anche della sceneggiatura di Roger Avary (Pulp Fiction, Le regole dell’attrazione), non rispetta del tutto il materiale originale, ma riesce comunque a replicarne l’atmosfera. Il risultato è uno buon film, ricordato con discreto trasporto sia dai giocatori della saga Konami che da coloro che più “semplicemente” amano il genere horror.
Sulla scia della recente riscoperta della serie da parte della software house nipponica, Christophe Gans ha avuto finalmente l’occasione per dare vita a Return to Silent Hill, film che rappresenta per lui una sorta di sogno che si realizza. Gans è da sempre un grande amante della saga ed è cosa nota che da anni volesse mettere le mani sull’adattamento del secondo capitolo della serie Konami. Da un lato per confrontarsi con un’opera tanto complessa, dall’altro per far dimenticare al pubblico il pessimo Silent Hill: Revelation, pellicola che nel 2012 mise un punto alla trasposizione cinematografica della saga. Ma quindi? Com’è questo Return to Silent Hill? Per rispondere a questa domanda è però necessario affrontare il discorso da due differenti punti di vista.
RETURN TO SILENT HILL VISTO DA UN FAN DELLA SERIE
Dell’importanza di Silent Hill 2 per i videogiocatori ne abbiamo già parlato. Con questa consapevolezza, Return to Silent Hill non può essere che definito una vera e propria offesa nei confronti del materiale originale. Uno schiaffo in faccia ai temi e al coraggio dell’opera del Team Silent, che dimostra come Christophe Gans non abbia compreso o non abbia voluto ricreare la tragica storia di James Sunderland.
La trama di base rimane la stessa: James riceve una lettera da parte di sua moglie Mary, che gli chiede di raggiungerla a Silent Hill. Ha così inizio una discesa nell’orrore che porta James a confrontarsi con diverse creature mostruose, mentre la verità su quanto sia accaduto a Mary continua a scivolargli tra le dita. Evitiamo di entrare più nel dettaglio per non rovinare l’esperienza a coloro che non hanno ancora potuto mettere le mani sul videogioco e/o vedere il film. Quello che ci teniamo però a evidenziare è come Gans abbia lavorato solo sulla superficie del racconto, portando in scena alcune inquadrature provenienti direttamente dalle cut-scene del gioco e cercando di replicare goffamente il percorso di James. Il regista e i suoi due aiuto sceneggiatori (Sandra Vo-Anh e Will Schneider) non hanno però avuto il coraggio di replicare i momenti più intensi del racconto, finendo così per banalizzarlo.
Il finale della storia ne è la prova più lampante.
RETURN TO SILENT HILL VISTO DA UN AMANTE DEL GENERE HORROR
Facciamo però finta che decidiate (o abbiate deciso) di andare al cinema per godervi semplicemente un film horror. Che non abbiate nessuna conoscenza della serie Konami e che vogliate passare una serata in grado di farvi tornare a casa con quella familiare sensazione di disagio che accarezza l’anima degli amanti di questo genere narrativo. In questo caso Return to Silent Hill funziona? Ebbene, no. La nuova pellicola di Christophe Gans non riesce mai davvero a spaventare e si trova persino costretta a mettere in scena dei (telefonatissimi) jump scare per far saltare sulla poltrona il pubblico. Una soluzione blanda che dimostra come il regista non sia stato in grado di replicare il fascino della sua prima incursione nel mondo di Silent Hill, molto più a fuoco per tono e angoscia.
La sceneggiatura, inoltre, è un vero pasticcio. Un’intera sottotrama viene dimenticata a metà film e mai più ripresa nella storia, fungendo solo da motore per un evento legato al personaggio di Mary. Il problema, però, è che prende troppo tempo e sembra condurre in una direzione che, però, non raggiunge mai. Il rapporto tra i vari personaggi è inoltre molto blando, rendendo impossibile affezionarsi a James, Mary, Maria, Angela o Eddie. Decisamente scadenti anche gli effetti speciali che, a parte un paio di momenti, mettono in scena una CGI vecchia di più di vent'anni. C’è un momento nel quale James attraversa la città in una scena completamente ricostruita digitalmente che ha del grottesco. Che rende incredibile che una pellicola del genere possa uscire con quella qualità nei cinema del 2026. Persino la nebbia, icona della saga da sempre, non trova il proprio spazio nella narrazione, senza trasmettere la dovuta ansia. E questo è tutto dire.
VALE LA PENA TORNARE A SILENT HILL?
La risposta alla domanda di questo paragrafo è semplice: no. Return to Silent Hill è una gigantesca occasione sprecata. L’occasione per far conoscere al mondo intero un’opera incredibile, ma che fallisce sotto tutti i punti di vista. Una lettera d’amore nei confronti della storia di James Sunderland, che si trasforma però in uno sputo in faccia al materiale originale. Nonostante gli ultimi anni ci abbiano regalato qualche film horror di grande valore, è inoltre evidente come i videogiochi siano diventati sempre di più un lessico inarrivabile per scavare nella torbida anima dell’essere umano. Videogiochi come Silent Hill 2, che anche a distanza di venticinque anni si dimostra più coraggioso, punk, rivoluzionario e disturbante di quanto riescano a fare la maggior parte delle pellicole horror moderne.