Rifkin's Festival, la recensione
All'interno del ciclo dei film sulle città Rifkin's Festival è forse quello con la scrittura peggiore, eppure dimostra lo stesso una gran vitalità visiva
Quando Woody Allen affronta le città che non sono New York, lo fa per aggregazione di pezzi. Le trame di film come Midnight in Paris, Vicky Christina Barcelona e To Rome With Love sono pretesti, il centro del racconto è sempre la città e il suo esotismo culturale. Gli intrecci servono a spingere i personaggi fuori di casa, nelle strade. Riprendere tutta una città è impossibile e così Allen sceglie pezzi, tantissimi pezzi, location note e meno note, interni alle volte, altre volte strade comuni, e con questi pezzi crea un suo Frankenstein. Non la città per com’è (ma poi chi può dire come sia davvero una città?) ma per come è percepita con un misto di lontananza e vicinanza, che per l’appunto è l’occhio di una persona che non ci vive ma che la studia come oggetto filmico.
Per Allen una nuova vita al di fuori di New York passa per i posti. Un cambiamento umano passa per le strade, le aiuole, le camminate, i prati e i ristoranti. Come se davvero una città potesse influenzare un destino intero se non proprio un approccio alla vita. Attraversare San Sebastian camminando basta al protagonista (interpretato da Wallace Shawn per essere un alter ego del classico protagonista che in passato Allen interpretava da sé) per iniziare un processo di mutamento. E il mutamento è proprio la forza a cui molto del cinema di Allen cercava di resistere, il mutamento era il problema dei suoi protagonisti di solito. Invece all’estero, nelle strade di Roma in cui rivedere la propria giovinezza o in quelle di Parigi in cui incontrare i grandi del passato, il mutamento è così dolce, accogliente e quasi auspicato.
La sorpresa più grande del film tuttavia non è buona, e cioè che tutto questo non sta nella scrittura. Forse per la prima volta la sceneggiatura è il comparto più moscio di un film di Woody Allen, dotato di molto meno mordente del solito e afflosciato su una mestizia da lavoro su commissione. Sono le immagini e il mestiere a fare il resto. La fotografia di Storaro come ha fatto spesso nelle collaborazioni con Allen mescola colori caldi e freddi, ma qui lo fa con una sfacciataggine tale che è incredibile che funzioni. Ci sono sempre mondi dai colori caldi in interno e poi dalle finestre vediamo esterni dai colori freddissimi.
Sei d'accordo con la nostra recensione di Rifkin's Festival? Scrivicelo nei commenti dopo aver visto il film!