Ritorno al Bosco Dei 100 Acri, la recensione
Uggioso, riflessivo e con grande voglia di poesia Ritorno al Bosco dei 100 Acri rifiuta l'avventura per la contemplazione
Ritmo compassato, riprese della natura, al tramonto con quella che si presenta come luce naturale, colori desaturati e poca profondità di campo, attesa, rarefazione e controluce, Winnie The Pooh incontra The Tree Of Life. Più che ad un inizio sembra di assistere alla fine di un altro film, quando completata l’avventura il ritmo si affievolisce e siamo pronti a salutare i personaggi mentre loro stessi si dicono addio.
È tutto molto triste e crepuscolare, un tono poetico che il film non dismetterà ma che alla lunga lo condannerà. In un costante clima plumbeo che fornisce l’impressione che abbia appena piovuto o stia per piovere, Christopher Robin diventerà adulto a Londra dimenticando tutto fino a che, un giorno, per non rovinare il rapporto con sua figlia lascerà il lavoro che lo assorbe troppo per una capatina al bosco dove ritroverà (a fatica) il se stesso di una volta assieme a Pooh, Tigro, Pimpi, Tappo, Ih Oh, Uffa e via dicendo. La loro dolce inettitudine e inadeguatezza alla concretezza della vita adulta lentamente riporterà Christopher Robin ai veri valori infantili.
Il problema di questo film che si presenta come il tipico prodotto di Marc Forster (in cui esiste un forte contrasto tra la realtà e la percezione che il protagonista ne ha, a metà tra il letterario e l’immaginario, fino a che queste due dimensioni non trovano una sintesi) è che non sa cosa essere e fa cattivo uso della sua ottima tecnologia e dell’ottimo character design che dà ai personaggi una consistenza da peluche perfetta.